Il “dolce” lato oscuro dell’anima

Da sempre il lato oscuro dell’animo umano è stato fonte di interesse e fascino, interesse perché comprendere le cause di un dato comportamento è una delle fonti della curiosità umana tout court, fascino perché il cattivo, il villain, assai spesso altro non è che prodotto di una società di per sé marcita alla radice, abbruttita, brutalizzata nel suo intimo.

Ecco che dunque il lato truculento, sanguinario, granguignolesco delle storie, dei caratteri, degli intrecci di molte opere letterarie, attira il lettore che legge in modalità quasi morbosa, stupefacente, sublime secondo l’accezione filosofica del termine. Cosa è quindi il sentimento del sublime? Il termine compare in un libretto anonimo del I sec. d.C., il quale sarà successivamente attribuito a tale (Pseudo)Longino; per la prima volta ci troviamo di fronte a una forma ancor embrionale di critica letteraria. Laddove Aristotele nella Poetica aveva tentato di “ordinare” i generi letterari e le loro caratteristiche, Longino mescola il tutto al fine di rendere vivo anche il caos narrativo e non solo il genere in quanto tale. Vi è già una prima forma di dignità data al caos, al deforme, non necessariamente dunque il binomio bello-vero (che sarà alla base dei movimenti classici e romantici dell’800 italiano) è preso ad esempio, bensì anche il suo contraltare.

È ovvio che facendo un passo indietro potremmo già ravvisare nella tragedia greca del V sec. a.C. – in particolare in quella euripidea – grandi scene sanguinolente, atti coraggiosamente crudeli da parte dei protagonisti ecc. così come sarà – nell’ambito della tragedia latina – l’opera di Seneca.

Nel Settecento comparve un trattatello di estetica a firma di Edmund Burke: è proprio con quest’opera che analizza l’origine dei concetti di bello e sublime, che si scardina l’ordine sin allora vigente. Il bello estetico (inteso alla maniera della scultura greca, si vedano le teorie di Winckelmann ma anche il Laocoonte di Lessing) resta comunque un punto inconfutabile di partenza ma Burke – tramite la sua analisi – cerca di rendere dignitoso anche il brutto, l’informe, il grottesco. Insomma, il brutto estetico inizia ad avere una sua dignità (l’Estetica del Brutto di Rosenkranz, allievo di Hegel, si regge proprio su questo assunto), ma è il sublime che funge da filtro per questo; Burke, in sostanza, rende protagonista del suo trattato lo spettatore o fruitore dell’opera d’arte che dir si voglia. Perché dunque determinati scenari naturali inquietanti (una cascata, una montagna innevata, una tempesta marina ecc.), alcune opere d’arte (pensiamo ai quadri di Turner o Friedrich), catturano lo spettatore al punto tale da fargli provare un ossimorico terrore piacevole? (lo stesso terrore che coglie il lettore di Poe, di Lovecraft, di Stephen King per avvicinarci all’oggi). La spiegazione risiede nel fatto che lo spettatore è al sicuro, osserva da una zona franca, seduto in poltrona legge un racconto o romanzo gotico (il sublime avrà ruolo fondamentale in quest’ultimo genere, si leggano Walpole, la Radcliffe, Lewis, Maturin, Shelley ecc.), da una spiaggia osserva una tempesta ecc. Orbene il senso del sublime prende piede quando la manifestazione inquietante cattura l’animo e lo sguardo dello spettatore ma quest’ultimo è al sicuro, di certo non vorrebbe essere protagonista della disavventura che osserva o legge. Di questo si occupa Blumenberg nel suo fondamentale saggio Naufragio con spettatore, partendo da una feroce descrizione di tempesta fatta da Lucrezio nel De rerum natura.

Il lato oscuro dell’animo umano viene solleticato da queste manifestazioni, viene piacevolmente imprigionato al fine di abbandonarsi – inconsciamente – alle sozzure della propria anima, alle deviazioni che la morale imprigiona nelle sue spire.

Per lungo tempo il romanzo “di genere” (dal gotico al giallo, dal romanzo rosa alla fantascienza ecc.) è stato considerato paraletteratura o, ancor più volgarmente, letteratura di second’ordine. Fortunatamente le stesse opere in questione hanno smentito questo assunto, anzi molto spesso le medesime opere son riuscite a penetrare la realtà molto meglio del cosiddetto romanzo “alto” (quello che Hegel definiva acutamente “moderna epopea borghese”). Il romanzo gotico anglosassone ha catturato la trasformazione sociale in atto all’epoca (lo sporcarsi dei panorami naturali edenici a causa della rivoluzione industriale), la società non poteva più essere narrata in modo sentimentale e pulito; la Shelley e Stoker hanno – ognuno in maniera diversa e opposta – scritto anche dell’uso giusto o malsano che si può fare della scienza (la “patetica” creatura assemblata da Frankenstein è emblema di una mala gestazione della conoscenza scientifica, al contrario il conte Dracula viene battuto dal telegrafo, utile ai protagonisti per anticipare le sue mosse); la fantascienza ha avuto il pregio di mettere in relazione la visione umana con eventuali mondi “altri” e su quello che il futuro ci prospetta; il romanzo rosa (e quello d’appendice derivante dal feuilleton francese) hanno dato dignità anche alla donna come fruitore di opere d’arte, infine il giallo. Senza scomodare i classici del genere, i più letti e conosciuti (da Conan Doyle ad Agatha Christie) vogliamo forse negare che un Leonardo Sciascia, tramite le sue opere, non abbia scritto dei romanzi sociali? Certo, ha utilizzato spesso l’indagine del giallo come filtro, ma è pur vero che ci ha raccontato la forma mentis malavitosa di certa Italia. D’altra parte anche l’indagine poliziesca è finalizzata a ristabilire l’ordine narrativo che, nell’intreccio, è stato violato da parte del criminale.

Il giallo inglese prevedeva spesso la collaborazione tra detective e forze dell’ordine, Sherlock Holmes viene contattato dalla polizia la quale si serve delle sue abili doti di deduzione; non sarà così nell’hard-boiled americano degli anni ’30 (periodo del proibizionismo ecc.); i detective creati da Hammett e Chandler, Sam Spade e Philip Marlowe, sono essi stessi dediti al vizio dell’alcool e del fumo e quasi sempre le loro indagini vengono portate avanti parallelamente a quelle delle forze dell’ordine, senza mai incrociarsi o – in alcuni casi – scontrandosi; i metodi del detective privato non vengono accettati dalla polizia. Nel noir vi sarà ancor più un aumento della violenza (sia verbale che corporale), addirittura in alcuni casi la figura del detective è soppiantata, l’intreccio si regge sui protagonisti e sui loro lati oscuri, tutti sono in percentuale differente vittime e carnefici di una società malata, la vera protagonista di questi romanzi.

In un mondo come quello attuale, dove non esiste più privacy, dove anche la persona meno sospetta potrebbe rivelarsi una creatura assetata di sangue, il noir è il genere letterario che, al meglio, renda la situazione. Un romanzo scomodo, da molti salutato ancor oggi male, ma un ottimo termometro per misurare la quantità di lato oscuro che permea la mente dell’uomo e, di conseguenza, la sua azione.

 

 

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Il mondo grande e terribile di Gramsci

Poetarum Silva

fonte dell’immagine Fondazione Feltrinelli

Il mondo grande e terribile di Gramsci

Vita di Nino 

Di quando, recluso dall’8 novembre del ’26, gli caddero uno a uno 12 denti, a Gramsci, e qualche anno di carcere dopo, in pochi mesi, aveva perso 7 chili.

Di quando, nel ’31, i medici produssero certificati, prove: male di Pott, lesioni tubercolari, febbre, ipertensione, insonnia, e non ricevette cure adeguate per altri due anni, per esser sicuri che non ce l’avrebbe fatta.

D’altronde, nella requisitoria milanese, l’accusatore Isgrò si era tradito goffamente con una frase grossolana ma di una violenza emblematica: “Per vent’anni, dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”, aveva detto. Era evidentemente il problema del fascismo: la paura prodotta da quella grande testa, – “la testa di un rivoluzionario” – scrisse di lui Piero Gobetti, su un corpo malfermo, quasi da bambino; la paura di quella fievole voce, affinché non parlasse, non organizzasse…

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Incipit #1 – Il falco maltese / Dashiell Hammett

ham2

Pronunciata e ossuta, la mascella di Sam Spade presentava un mento appuntito che sporgeva da sotto l’arco più dolce delle labbra. Quella stessa forma appuntita riviveva poi, risotta, nelle narici arcuate. Gli occhi erano regolari e d’un grigio giallognolo. Nell’arco delle sopracciglia folte, che partivano da due solchi gemelli dritto sopra al naso aquilino, ritornava ancora la forma appuntita, mentre i capelli, castano chiaro, si spingevano a punta, anch’essi, sulla fronte, con un’accentuata stempiatura ai lati. Sembrava un satana biondo. Quasi attraente.
Si rivolse a Effie Perine: “Sì, dolcezza?”
(Traduzione: Attilio Veraldi)

10 Libri per l’Estate 2017

Come ogni anno ecco i dieci titoli che vi consiglio per quest’estate. Buona lettura!

  1. Ed McBain – Vite a perdere. I racconti neri. (Einaudi)
  2. H.P. Lovecraft (a cura di) – I miei orrori preferiti (racconti/romanzi di Poe, Bierce, Chambers, Shiel, Hodgson, Machen, Blackwood, Rhodes James, Merritt) – (Newton)
  3. Pietro Citati – Il male assoluto (Adelphi)
  4. Giorgio Caproni – Tutte le poesie (Garzanti)
  5. Antonio Gramsci – Lettere dal carcere (Einaudi)
  6. Adolfo Bioy Casares – L’invenzione di Morel (Sur)
  7. Giorgio Manganelli – Dall’inferno (Adelphi)
  8. Friedrich Schiller – Sulla poesia ingenua e sentimentale (SE)
  9. Gustave Flaubert – L’educazione sentimentale (Garzanti)
  10. Novalis – Inni alla notte. Canti spirituali (Feltrinelli)

Gli «umili»

Antonio Gramsci: I QUADERNI DEL CARCERE

Quaderno 21 (XVII)
§ (3)

Questa espressione – «gli umili» – è caratteristica per comprendere l’atteggiamento tradizionale degli intellettuali italiani verso il popolo e quindi il significato della «letteratura per gli umili». Non si tratta del rapporto contenuto nell’espressione dostoievschiana di «umiliati e offesi». In Dostojevschij c’è potente il sentimento nazionale-popolare, cioè la coscienza di una missione degli intellettuali verso il popolo, che magari è «oggettivamente» costituito di «umili» ma deve essere liberato da questa «umiltà», trasformato, rigenerato. Nell’intellettuale italiano l’espressione di «umili» indica un rapporto di protezione paterna e padreternale, il sentimento «sufficiente» di una propria indiscussa superiorità, il rapporto come tra due razze, una ritenuta superiore e l’altra inferiore, il rapporto come tra adulto e bambino nella vecchia pedagogia o peggio ancora un rapporto da «società protettrice degli animali», o da esercito della salute anglosassone verso i cannibali della Papuasia.

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Sponda tra Fortini e Raboni (buon 25 aprile)

Poetarum Silva

resistenza – fonte umbrialeft

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Quando

Quando dalla vergogna e dall’orgoglio
::Avremo lavate queste nostre parole.

Quando ci fiorirà nella luce del sole
::Quel passo che in sonno si sogna

(Fortini)

*

Ricordo troppe cose dell’Italia.
Ricordo Pasolini
quando parlava di quant’era bella
ai tempi del fascismo.
Cercavo di capirlo, e qualche volta
(impazzava, ricordo,
il devastante ballo del miracolo)
mi è sembrato persino di riuscirci.
In fondo, io che ero più giovane
d’una decina d’anni,
avrei provato qualcosa di simile
tornando dopo anni
sui devastati luoghi del delitto
per la Spagna del ’51, forse
per la Russia di Breznev…
Ma ricordo anche lo sgomento,
l’amarezza, il disgusto
nella voce di Paolo Volponi
appena si seppero i risultati
delle elezioni del ’94.
Era molto malato,
sapeva di averne ancora per poco
e di lì a poco, infatti, se n’è andato.
Di Paolo sono stato molto amico,
di Pasolini…

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Addio a Derek Walcott. Alcune poesie da “Mappa del nuovo mondo” di Derek Walcott.

Poetarum Silva

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Derek Walcott nasce ai Caraibi nel 1930 e vive tra Boston e Saint Lucia. Nel 1992 è stato insignito del Premio Nobel per la letteratura.
Le poesie che seguono, sono tratte dalla raccolta Mappa del mondo nuovo pubblicata da Adelphi, con testo a fronte. Le traduzioni sono a cura di Barbara Bianchi, Gilberto Forti e Roberto Mussapi. [nc]
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STELLA

Se, alla luce delle cose tu scolori
vera, eppure debolmente sottratta
alla nostra determinata e giusta
distanza, come la luna lasciata accesa
tutta la notte tra le foglie, possa
tu invisibilmente allietare questa casa;
o stella, doppiamente compassionevole, venuta
troppo presto per il crepuscolo, troppo tardi
per l’alba, possa la tua pallida fiamma
dirigere il peggio in noi
attraverso il caos
con la passione del
semplice giorno.

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BESTIARIO #2 (GATTO)

Si pente raramente.

Quando l’occhio predatore t’osserva, immagina cose sconosciute al genere umano. Felino reso casalingo ma pur sempre attento a limarsi le unghie su luoghi prescelti (che non siano quelli che propone l’uomo).

marc
(Franz Marc, Gatto dietro l’albero)

Il gatto chiede di esser accarezzato con lo sguardo, spesso sfugge al sottile contatto; con la coda addolcisce i luoghi. Penetra mentalmente i muri, gli oggetti, gli stessi sentimenti, con la sensibilità del neonato innocente.

Poi, quando meno te l’aspetti, si trasforma nella più calorosa manifestazione d’amore, quella selvaggia e incontaminata, pura perché sincera, istintiva perché autosufficiente.

Animale notturno, dorme quando gli altri son svegli; gironzola mentre gli altri dormono, nutrendosi di buio, contemplando le tenebre, danzando alla luce lunare.

Forse scrive poesie mentre guarda fuori dalla finestra, oppure ascolta il vento (che mai può essere afferrato) sussurrargli melodie d’amore vecchie di cent’anni.

BESTIARIO (ASINO)

Mentre pigro osserva lo sciame di mosche attorno al capo, i moscerini anarchici nelle orecchie suonano una serenata antica; con la coda spazza la poetica polvere del cortile.
L’asino è un animale lavoratore, un operaio dalla schiena curva, i pesi e le battute sono le sue lacrime; si crocifigge da solo, novello figlio di dio nel regno animale.
Solo gli occhi, pozzi profondi di ricchezza genuina, sovvertono lo stato delle cose, umidi di sudore e dolore; qualche volta preferisce il bastone alla carota (se l’ortaggio proviene da mani traditrici), è umile e ha dignità da vendere.
Un asino conosce la strada accidentata della vita, è uomo e macchina, santo e anacoreta, le sue lacrime – ancora dico – sono fatte di pesi e battute. I suoi occhi… hanno la luce delle stelle.
asino

Su Calvino e la “rapidità”

La leggenda su Carlomagno, che vede il paladino innamorato prima di una ragazza, poi di un arcivescovo, infine addirittura di un lago, è incipit assai pungente alla lezione sulla Rapidità in Calvino. Secondo la leggenda, ognuna delle suddette “vittime d’amore” di Carlomagno, non sono amate dal paladino in quanto tali, bensì in quanto possessori di un oggetto, in questo caso un anello magico, che pone il LEGAME VERBALE (ossia la parola “amore” o “passione”) congiunto al LEGAME NARRATIVO (quest’ultimo espresso da null’altro che dall’anello magico, ossia il filtro che lega non solo i possessori tra loro ma anche il feticcio che, inconsapevolmente, il paladino ama, adora, e che lo rende schiavo della sua passione).

Il protagonista del racconto, insomma, in barba all’onore cavalleresco, finisce per essere proprio l’anello magico. Sono i suoi spostamenti a determinare le scelte dei personaggi, direi le loro idiosincrasie (volendo rifarci a un assunto di Debenedetti su Proust), i loro movimenti, i loro stati d’animo. La funzione dell’oggetto è tipica di certi poemi e saghe cavalleresche nonché della mitologia nordica. Se ci pensiamo, anche nell’opera di Ariosto, sono gli oggetti (spade, scudi, elmi, etc.) a creare il rapporto tra i personaggi e a renderlo dunque vivo e funzionale alla storia narrata. Che è storia di paladini, armi ed eroi, in fondo schiavi – questi ultimi – degli oggetti che detengono.

L’essere magico dell’oggetto è chiaramente una funzione SIMBOLICA che traina la storia facendola ruotare attorno alle peripezie non tanto dei personaggi, quanto appunto dell’oggetto stesso che, nel passare di mano in mano, assurge a perno sul quale il racconto si avvita.

Questa stessa leggenda – che abbiamo visto già connotata dal parametro della rapidità narrativa – ossia fatto ridotto all’osso, azioni principali e reazioni spontanee, oserei dire quasi il “sugo” di manzoniana memoria che diventa protagonista e si fa storia esso stesso, è stata narrata anche da Petrarca (Lettere Familiari I,4). Qui però, il poeta innamorato di Laura, la rende assai più ricca di sensazioni, dettagli, punti di vista, emozioni personali, insomma la vicenda di Carlomagno non è più connotata dal parametro della rapidità, diventa storia con tanto di corollari descrittivi e analisi dei vari processi di passaggio dell’oggetto, innamoramenti, punti di vista dei personaggi, etc. anche se Petrarca, ad esempio, omette la passione – di natura omosessuale – del paladino per il vescovo, in quel momento possessore dell’anello magico.

A Calvino, invece, risulta più funzionale la versione “riassuntiva” della leggenda, in quanto – egli dice – la rapidità dei fatti dà un senso d’ineluttabile, qualcosa che non si può contrastare. Nella versione di Petrarca, in sostanza, manca la rapidità.

Altre versioni della storia invece, vedi quelle medievali raccolte da Gaston Paris, sono prive di una successione degli avvenimenti, mancano del principio narrativo del susseguirsi dei fatti narrati, per questo anch’esse sono da Calvino scartate. La prima versione che abbiamo citato (nel suo essere “economica”) è un movimento senza sosta, l’efficacia degli avvenimenti che si succedono assurge al ruolo che, nella poesia, ha la rima.

Nel lavoro di riadattamento di fiabe classiche della tradizione, che Calvino compie nella stesura delle Fiabe italiane, è proprio la ricerca della rapidità che si fa portatrice emblematica dei fatti narrati, Calvino compie un lavoro di “scrematura” verso le originali fiabe della tradizione, questo per dare più efficacia narrativa. Nella fiaba 57, Storia del re ammalato e della penna dell’orco, ad esempio, Calvino non si preoccupa di fornire spiegazioni dettagliate (non sappiamo neanche perché il re è ammalato, come non sappiamo perché un orco possiede delle penne), tutto però è aduso all’economia espressiva, all’essenzialità del testo narrato.

La RELATIVITA’ DEL TEMPO (e questo è punto essenziale del modus operandi calviniano) si oppone alla DILATAZIONE DEL TEMPO (tipico invece delle novelle orientali, vedi Mille e una notte, dove è un gioco di meta-narrazioni a essere fulcro dello stesso evolversi della storia).

 

Se una simbologia allora va adottata, è la figura del cavallo a essere emblema della velocità mentale che anticipa l’orizzonte tecnologico. La prima novella della sesta giornata del Decamerone di Boccaccio (sull’arte del racconto orale) è essa stessa un cavallo che possiede velocità mentale. Ma l’era della velocità è presente nel Postale inglese di Thomas De Quincey (del 1849); il racconto che l’autore fa di un eventuale incidente, un fulmine spazio-temporale che consta di pochi secondi quindi, è rimasto insuperato anche nell’epoca della grande velocità.

Nel contesto narratologico quel che ci preme comprendere non è la velocità fisica, ma il rapporto che essa instaura con la velocità mentale.

Nello Zibaldone Giacomo Leopardi, a proposito della velocità del cavallo, fa una pungente osservazione quando sostiene che nel cavallo (dunque nella sua dinamicità) è insita un’idea d’infinito, di energia, di grande vivacità.

Scrive Leopardi: “La rapidità e la concisione dello stile piacciono, perché presentano all’anima una folla di idee simultanee, così rapidamente succedentesi, che paiono simultanee, e fanno ondeggiar l’anima in un tale abbondanza di pensieri, o di immagini e sensazioni spirituali, ch’ella o non è capace d’abbracciarle tutte, e pienamente ciascuna, o non ha tempo di restare in ozio e priva di sensazioni. La forza dello stile poetico, che in gran parte è tutt’uno colla rapidità, non è piacevole per altro che per questi effetti, e non consiste in altro”. Questo scriveva Leopardi nel 1821.

 

Anche Galileo Galilei utilizza la metafora del cavallo per parlare di velocità, sostiene che il discorso (il discorrere dunque) vuol dire ragionare in senso “deduttivo”, il (dis)correre è insomma come il correre. Le qualità decisive del pensar bene, per Galileo, risiedono tutte nella rapidità, nell’agilità del ragionamento, nell’economia degli argomenti, la stessa – quest’ultima – che Calvino ha fatto propria nella ri-elaborazione delle fiabe della tradizione.

L’alfabeto, nella concezione di Galileo, è strumento insuperabile di comunicazione; si oppone a Lucrezio che invece in esso vedeva un’impalpabile struttura atomica della materia, quest’ultimo citato da Calvino a proposito della “leggerezza”, tema della precedente lezione.

 

Dice Calvino: “In un’epoca in cui i media velocissimi trionfano, la funzione della letteratura è la comunicazione tra ciò che è diverso, non ottundendone, bensì esaltandone la differenza”.

Il ragionamento veloce non è migliore di quello “ponderato”, ma comunica qualcosa di speciale che risiede proprio nella sua sveltezza.

L’agilità (data dalla rapidità di stile e pensiero) e la mobilità si accordano per creare una scrittura pronta alla divagazione, e questo mi sembra punto essenziale dell’analisi di Calvino. La divagazione dell’autore nel fatto narrato. La letteratura offre esempi di romanzi tutti incentrati sulla digressione, vedi Lawrence Sterne e il suo Tristram Shandy (che sarà esempio per molti romanzieri italiani nel post-unità d’Italia, scapigliati in primis) e Denis Diderot.

Una moltiplicazione del tempo che sembra finalizzata a un rinvio della conclusione del testo (o forse a una “fuga dalla morte” come sostiene Carlo Levi nell’introduzione al romanzo di Sterne).

 

Gli esempi di elogio della rapidità non si contano, basti pensare a quell’ossimorico motto che campeggiava sui frontespizi delle edizioni partorite dalla tipografia di Aldo Manuzio, ossia festina lente (affrettati lentamente), oggetto poi di una disquisizione di Erasmo da Rotterdam.

 

Nel testo breve è più attuabile la ricerca di un’espressione densa e concisa, è quanto fa Calvino nelle Cosmicomiche, in Ti con zero, nelle Città invisibili e in Palomar, ma è anche alla base delle cosiddette short stories (e mi vengono in mente le storie che comparivano sui quotidiani americani, di Ambrose Bierce o di Poe, poi successivamente di molta narrativa hard-boiled che va da Hammett a Chandler, lo stesso Hemingway in alcuni casi, fino alla contemporaneità e a certi episodi di minimalismo carveriano, etc.); siamo agli antipodi del feuilleton (o romanzo d’appendice) che, pur essendo ospite anch’esso di pagine di giornale, tendeva alla dilatazione narrativa.

La densità deve essere, secondo Calvino, contenuta dunque in poche pagine, e l’esempio più lampante sono le Operette morali di Leopardi nonché la produzione saggistica e Monsieur Teste di quell’altro pilastro che è Paul Valery.

 

Non ci si può esimere dal parlare di Borges e del concetto di LETTERATURA POTENZIALE. L’autore argentino inventa se stesso come narratore, finge che il libro che sta scrivendo sia già stato scritto da qualcun altro e in altra lingua. Il suo racconto del 1940 El acercamiento a almotasim fu creduto una recensione, in particolare di un libro di un autore indiano. Eppure queste aperture all’infinito (direi leopardiano) di Borges, sono ottenute con un periodare assai sobrio, secco, senza fronzoli, cristallino, essenziale, insomma rapido. Nasce con Borges una letteratura che è radice quadrata di se stessa.

Calvino dirà poi che suo desiderio sarebbe “mettere insieme racconti di una sola frase o di una sola riga”.

 

Calvino apre una larga parentesi mitologica e ci parla di Mercurio, colui il quale stabilisce le leggi tra gli dei e gli uomini. Il temperamento influenzato da Mercurio (che vede la destrezza come parametro principale) si oppone al temperamento influenzato da Saturno (solitudine, melanconia, contemplazione), quest’ultimo tipico di artisti e poeti.

Ma colui il quale si oppone a Mercurio (e al suo volo aereo) è Vulcano col suo passo claudicante.

André Virel fa notare che Vulcano e Mercurio rappresentano le due funzioni vitali inseparabili e complementari: Mercurio è sintonia (partecipazione del mondo attorno a noi), Vulcano è focalità (concentrazione costruttiva); entrambi sono figli di Giove (che è coscienza individualizzata e socializzata) ma, per parte di madre, Mercurio discende da Urano (tempo ciclofrenico), Vulcano invece discende da Saturno (che è il tempo schizofrenico e l’isolamento egocentrico).

Urano è detronizzato da Saturno il quale è detronizzato da Giove.

Mercurio e Vulcano portano in essi il ricordo oscuro del primordiale, ma ciò che era distruzione la mutano in qualità positive: SINTONIA e FOCALITA’.

Entrambe queste due qualità deve possedere lo scrittore, quindi sia il MESSAGGIO IMMEDIATO sia l’INTUIZIONE ISTANTANEA e DEFINITIVA.

 

Non a caso dopo dieci anni di preghiere da parte del proprio re, il pittore Chuang-Tzu disegnò un granchio perfetto in qualche secondo. Contemplazione e analisi del tempo che sfociano in una disarmante e funzionale rapidità operativa e gnoseologica.

[Giuseppe Ceddìa] ©