La leggenda su Carlomagno, che vede il paladino innamorato prima di una ragazza, poi di un arcivescovo, infine addirittura di un lago, è incipit assai pungente alla lezione sulla Rapidità in Calvino. Secondo la leggenda, ognuna delle suddette “vittime d’amore” di Carlomagno, non sono amate dal paladino in quanto tali, bensì in quanto possessori di un oggetto, in questo caso un anello magico, che pone il LEGAME VERBALE (ossia la parola “amore” o “passione”) congiunto al LEGAME NARRATIVO (quest’ultimo espresso da null’altro che dall’anello magico, ossia il filtro che lega non solo i possessori tra loro ma anche il feticcio che, inconsapevolmente, il paladino ama, adora, e che lo rende schiavo della sua passione).

Il protagonista del racconto, insomma, in barba all’onore cavalleresco, finisce per essere proprio l’anello magico. Sono i suoi spostamenti a determinare le scelte dei personaggi, direi le loro idiosincrasie (volendo rifarci a un assunto di Debenedetti su Proust), i loro movimenti, i loro stati d’animo. La funzione dell’oggetto è tipica di certi poemi e saghe cavalleresche nonché della mitologia nordica. Se ci pensiamo, anche nell’opera di Ariosto, sono gli oggetti (spade, scudi, elmi, etc.) a creare il rapporto tra i personaggi e a renderlo dunque vivo e funzionale alla storia narrata. Che è storia di paladini, armi ed eroi, in fondo schiavi – questi ultimi – degli oggetti che detengono.

L’essere magico dell’oggetto è chiaramente una funzione SIMBOLICA che traina la storia facendola ruotare attorno alle peripezie non tanto dei personaggi, quanto appunto dell’oggetto stesso che, nel passare di mano in mano, assurge a perno sul quale il racconto si avvita.

Questa stessa leggenda – che abbiamo visto già connotata dal parametro della rapidità narrativa – ossia fatto ridotto all’osso, azioni principali e reazioni spontanee, oserei dire quasi il “sugo” di manzoniana memoria che diventa protagonista e si fa storia esso stesso, è stata narrata anche da Petrarca (Lettere Familiari I,4). Qui però, il poeta innamorato di Laura, la rende assai più ricca di sensazioni, dettagli, punti di vista, emozioni personali, insomma la vicenda di Carlomagno non è più connotata dal parametro della rapidità, diventa storia con tanto di corollari descrittivi e analisi dei vari processi di passaggio dell’oggetto, innamoramenti, punti di vista dei personaggi, etc. anche se Petrarca, ad esempio, omette la passione – di natura omosessuale – del paladino per il vescovo, in quel momento possessore dell’anello magico.

A Calvino, invece, risulta più funzionale la versione “riassuntiva” della leggenda, in quanto – egli dice – la rapidità dei fatti dà un senso d’ineluttabile, qualcosa che non si può contrastare. Nella versione di Petrarca, in sostanza, manca la rapidità.

Altre versioni della storia invece, vedi quelle medievali raccolte da Gaston Paris, sono prive di una successione degli avvenimenti, mancano del principio narrativo del susseguirsi dei fatti narrati, per questo anch’esse sono da Calvino scartate. La prima versione che abbiamo citato (nel suo essere “economica”) è un movimento senza sosta, l’efficacia degli avvenimenti che si succedono assurge al ruolo che, nella poesia, ha la rima.

Nel lavoro di riadattamento di fiabe classiche della tradizione, che Calvino compie nella stesura delle Fiabe italiane, è proprio la ricerca della rapidità che si fa portatrice emblematica dei fatti narrati, Calvino compie un lavoro di “scrematura” verso le originali fiabe della tradizione, questo per dare più efficacia narrativa. Nella fiaba 57, Storia del re ammalato e della penna dell’orco, ad esempio, Calvino non si preoccupa di fornire spiegazioni dettagliate (non sappiamo neanche perché il re è ammalato, come non sappiamo perché un orco possiede delle penne), tutto però è aduso all’economia espressiva, all’essenzialità del testo narrato.

La RELATIVITA’ DEL TEMPO (e questo è punto essenziale del modus operandi calviniano) si oppone alla DILATAZIONE DEL TEMPO (tipico invece delle novelle orientali, vedi Mille e una notte, dove è un gioco di meta-narrazioni a essere fulcro dello stesso evolversi della storia).

 

Se una simbologia allora va adottata, è la figura del cavallo a essere emblema della velocità mentale che anticipa l’orizzonte tecnologico. La prima novella della sesta giornata del Decamerone di Boccaccio (sull’arte del racconto orale) è essa stessa un cavallo che possiede velocità mentale. Ma l’era della velocità è presente nel Postale inglese di Thomas De Quincey (del 1849); il racconto che l’autore fa di un eventuale incidente, un fulmine spazio-temporale che consta di pochi secondi quindi, è rimasto insuperato anche nell’epoca della grande velocità.

Nel contesto narratologico quel che ci preme comprendere non è la velocità fisica, ma il rapporto che essa instaura con la velocità mentale.

Nello Zibaldone Giacomo Leopardi, a proposito della velocità del cavallo, fa una pungente osservazione quando sostiene che nel cavallo (dunque nella sua dinamicità) è insita un’idea d’infinito, di energia, di grande vivacità.

Scrive Leopardi: “La rapidità e la concisione dello stile piacciono, perché presentano all’anima una folla di idee simultanee, così rapidamente succedentesi, che paiono simultanee, e fanno ondeggiar l’anima in un tale abbondanza di pensieri, o di immagini e sensazioni spirituali, ch’ella o non è capace d’abbracciarle tutte, e pienamente ciascuna, o non ha tempo di restare in ozio e priva di sensazioni. La forza dello stile poetico, che in gran parte è tutt’uno colla rapidità, non è piacevole per altro che per questi effetti, e non consiste in altro”. Questo scriveva Leopardi nel 1821.

 

Anche Galileo Galilei utilizza la metafora del cavallo per parlare di velocità, sostiene che il discorso (il discorrere dunque) vuol dire ragionare in senso “deduttivo”, il (dis)correre è insomma come il correre. Le qualità decisive del pensar bene, per Galileo, risiedono tutte nella rapidità, nell’agilità del ragionamento, nell’economia degli argomenti, la stessa – quest’ultima – che Calvino ha fatto propria nella ri-elaborazione delle fiabe della tradizione.

L’alfabeto, nella concezione di Galileo, è strumento insuperabile di comunicazione; si oppone a Lucrezio che invece in esso vedeva un’impalpabile struttura atomica della materia, quest’ultimo citato da Calvino a proposito della “leggerezza”, tema della precedente lezione.

 

Dice Calvino: “In un’epoca in cui i media velocissimi trionfano, la funzione della letteratura è la comunicazione tra ciò che è diverso, non ottundendone, bensì esaltandone la differenza”.

Il ragionamento veloce non è migliore di quello “ponderato”, ma comunica qualcosa di speciale che risiede proprio nella sua sveltezza.

L’agilità (data dalla rapidità di stile e pensiero) e la mobilità si accordano per creare una scrittura pronta alla divagazione, e questo mi sembra punto essenziale dell’analisi di Calvino. La divagazione dell’autore nel fatto narrato. La letteratura offre esempi di romanzi tutti incentrati sulla digressione, vedi Lawrence Sterne e il suo Tristram Shandy (che sarà esempio per molti romanzieri italiani nel post-unità d’Italia, scapigliati in primis) e Denis Diderot.

Una moltiplicazione del tempo che sembra finalizzata a un rinvio della conclusione del testo (o forse a una “fuga dalla morte” come sostiene Carlo Levi nell’introduzione al romanzo di Sterne).

 

Gli esempi di elogio della rapidità non si contano, basti pensare a quell’ossimorico motto che campeggiava sui frontespizi delle edizioni partorite dalla tipografia di Aldo Manuzio, ossia festina lente (affrettati lentamente), oggetto poi di una disquisizione di Erasmo da Rotterdam.

 

Nel testo breve è più attuabile la ricerca di un’espressione densa e concisa, è quanto fa Calvino nelle Cosmicomiche, in Ti con zero, nelle Città invisibili e in Palomar, ma è anche alla base delle cosiddette short stories (e mi vengono in mente le storie che comparivano sui quotidiani americani, di Ambrose Bierce o di Poe, poi successivamente di molta narrativa hard-boiled che va da Hammett a Chandler, lo stesso Hemingway in alcuni casi, fino alla contemporaneità e a certi episodi di minimalismo carveriano, etc.); siamo agli antipodi del feuilleton (o romanzo d’appendice) che, pur essendo ospite anch’esso di pagine di giornale, tendeva alla dilatazione narrativa.

La densità deve essere, secondo Calvino, contenuta dunque in poche pagine, e l’esempio più lampante sono le Operette morali di Leopardi nonché la produzione saggistica e Monsieur Teste di quell’altro pilastro che è Paul Valery.

 

Non ci si può esimere dal parlare di Borges e del concetto di LETTERATURA POTENZIALE. L’autore argentino inventa se stesso come narratore, finge che il libro che sta scrivendo sia già stato scritto da qualcun altro e in altra lingua. Il suo racconto del 1940 El acercamiento a almotasim fu creduto una recensione, in particolare di un libro di un autore indiano. Eppure queste aperture all’infinito (direi leopardiano) di Borges, sono ottenute con un periodare assai sobrio, secco, senza fronzoli, cristallino, essenziale, insomma rapido. Nasce con Borges una letteratura che è radice quadrata di se stessa.

Calvino dirà poi che suo desiderio sarebbe “mettere insieme racconti di una sola frase o di una sola riga”.

 

Calvino apre una larga parentesi mitologica e ci parla di Mercurio, colui il quale stabilisce le leggi tra gli dei e gli uomini. Il temperamento influenzato da Mercurio (che vede la destrezza come parametro principale) si oppone al temperamento influenzato da Saturno (solitudine, melanconia, contemplazione), quest’ultimo tipico di artisti e poeti.

Ma colui il quale si oppone a Mercurio (e al suo volo aereo) è Vulcano col suo passo claudicante.

André Virel fa notare che Vulcano e Mercurio rappresentano le due funzioni vitali inseparabili e complementari: Mercurio è sintonia (partecipazione del mondo attorno a noi), Vulcano è focalità (concentrazione costruttiva); entrambi sono figli di Giove (che è coscienza individualizzata e socializzata) ma, per parte di madre, Mercurio discende da Urano (tempo ciclofrenico), Vulcano invece discende da Saturno (che è il tempo schizofrenico e l’isolamento egocentrico).

Urano è detronizzato da Saturno il quale è detronizzato da Giove.

Mercurio e Vulcano portano in essi il ricordo oscuro del primordiale, ma ciò che era distruzione la mutano in qualità positive: SINTONIA e FOCALITA’.

Entrambe queste due qualità deve possedere lo scrittore, quindi sia il MESSAGGIO IMMEDIATO sia l’INTUIZIONE ISTANTANEA e DEFINITIVA.

 

Non a caso dopo dieci anni di preghiere da parte del proprio re, il pittore Chuang-Tzu disegnò un granchio perfetto in qualche secondo. Contemplazione e analisi del tempo che sfociano in una disarmante e funzionale rapidità operativa e gnoseologica.

[Giuseppe Ceddìa] ©

 

 

 

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