Che cosa resta… (ode al monumento della malattia)

Dei nostri attimi a te non restan che svolazzanti piume di sudore, orgasmi falsi o veritieri di momenti condensati

visioni spicciole, risate vacue, piccoli sorsi di vita, sorsi da succhiare come il miele le api, piccoli giochi di complicità momentanea, bocconi d’esistenza che erano la carne del mio corpo, e poi sudicie storie di vita, passato che non passa,

falsità, amori detti e mai cercati, a te resta questo… i momenti di un momento, le spille da balia sul costato del tuo vivere, i teatri, le mani, i baci, i sorrisi, le frasi fatte ma avvenute sui capillari della pelle,

sui cordoni della psiche, sul liquido caldo del tuo corpo, sul vomito denso che il mio cazzo feroce ti ha provocato.

Ti resta il fuoco del momento, la pelle dell’istante (cambiata e indossata come un rettile amorfo di provincia)… tu, che lo zero credi d’essere e che lo zero cerchi, nell’atavico binomio vittima-carnefice. Tu rammenti, se rammenti, forse – e dico forse – solo questo.

A me invece, denso come il sangue, grumoso come il tuo mestruo che attorciglia il mio pene, resta il vuoto biblico dell’immenso niente, i luoghi del divenire, la pasta scotta perché ti scopavo in cucina, le risate espulse dalla gola… che credevo sincera,

a me, giullare marcio di un mondo finito, resta solo il vacillare delle membra, il cuore che batte a scatti, il pene duro della mancanza, il buco nel vuoto dello stomaco cicatrizzato,

il senso del morire, che è amore verso chi amore respinge, la morte dei sorrisi, la morte dei momenti, la morte delle strade, dell’asfalto che non ride più…

la morte dei luoghi, la morte del vino, del sangue, del misericordioso divenire.

La morte dell’illusione, la fine del sapore, il caduco spettacolo della vita.

Ecco, a me resta questo; solo un piccolo tassello di sabbia bagnata, che divide la vita dalla non vita, la vita dalla (a)vita, il respiro dal rantolo finale.

GC©