Non scrivo di questo libro perché un amico mi ha chiesto di presentarlo oggi da Zaum alle ore 18. Non scrivo di questo libro perché sono stato pagato per farlo. Infine, non scrivo di questo libro perché ho sete di recensioni e voglio abbeverarmi alla fonte della gloria.

No, scrivo di questo libro perché mi va di farlo, perché spesso l’istinto (anche privo di tempesta), è il migliore dei balsami a questa scarna esistenza, il miglior antidoto al tempo che passa, la migliore distrazione alla sete di cultura che – in fin dei conti – la dipartita umana arresta, lasciandoci confluire nell’aria, nel vento, nella sabbia, nel grande mare dell’esistenza che mai attraverseremo.

Sono sempre molto scettico quando mi si propone la lettura di un testo, oggi gli scrittori superano il numero dei lettori (e questo è un male), spesso mi si chiede di recensire dei testi di autori esordienti ma, se il prodotto non mi convince, al fine di evitare una stroncatura, preferisco fare due chiacchiere con l’autore e comunicargli le mie impressioni, le mie titubanze, i miei scetticismi.

Il libro di Tommaso Anzoino è stato una piacevole sorpresa, un viaggio senza fermate (per quanto il titolo chiosi Alla prossima scendo, Scorpione Editrice, €13), in una vita stracolma di momenti buffi, sarcastici, drammatici, esistenzialmente presi a schiaffi o accarezzati dalle vicende dell’esistenza, del passare del tempo, dello scorrere permanente del fiume della vita che smussa, distrugge, sbriciola anche gli scogli più duri, più compatti, più resistenti… nel bene o  nel male, sia chiaro.

Da poco ci ha lasciati Umberto Eco, uno dei pochissimi intellettuali che ci eran rimasti (secondo l’accezione gramsciana), forse la sincerità e l’umiltà del libro di Tommaso sarebbero piaciuti all’autore de Il nome della rosa, forse avrebbe sorriso sotto la barba, avrebbe ammiccato sorridendo spensierato, di quella spensieratezza che è anche ozio creativo.

In tempi bui come questi, in cui mi capita di leggere testi o di sentire opinioni di pseudo-studiosi, i quali si ergono a ruolo di conoscitori empatici di un Gramsci, di un Marx, scudandosi (da “scudo”… non esiste il termine, mi permetto un conio) con il loro perenne e ormai stantìo anti-fascismo d’accatto, con la loro puzza sotto il naso (ossimorica, in relazione ai loro studi), con il loro fingersi intellettuali ma stuprando lo stesso pensiero gramsciano nel NON schierarsi mai, nel NON prendere mai posizione, nel NON esporsi, nel NON sporcarsi le mani, ecc. (ha senso studiare certi “leoni” del pensiero se poi nella vita si è sempre pecore? Bah!) un testo come quello di Anzoino è una ventata d’aria fresca, un balsamo antico che neutralizza il fumo cancrico di questa società post-capitalista ma ancora, in fin dei conti, neo-capitalista nell’ossatura portante.

Non perché Tommaso sia scrittore e poeta, non perché sia stato professore e preside, non perché abbia conosciuto una delle sensibilità più alte e incandescenti del Novecento (Pasolini) e abbia avuto la fortuna di intervistarlo, non per tutto questo, o almeno non solo; Alla prossima scendo è un viaggio senza maiuscole e senza punti, un gioco joyciano-saramaghiano (… anche Ec(o)hiano) di scrittura automatica – senza seduta spiritica – un universo di vicende, di fatti narrati con la spigliatezza della gioventù. Ma soprattutto, nel suo essere così fuori dagli schemi, mantiene in equilibrio il sempre sottile gioco tra essere e apparire, tra la vita e le sue idiosincrasie, tra arroganza e umiltà, in sostanza – romanticamente parlando – tra amore e morte.

G.Ceddia

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