da “Il Quotidiano Italiano”, 18/9/2015

En octubre no hay milagros (Niente miracoli a ottobre) è un romanzo del 1965 scritto dal peruviano Oswaldo Reynoso (Arequipa, 1931), eccentrico personaggio e agitatore culturale della sua terra nonché dell’intero panorama sudamericano.

Il testo è uno dei tre titoli che la casa editrice Sur (alla quale si deve la riscoperta di autori sudamericani mai tradotti in Italia o, ahinoi, sottovalutati e dunque non considerati a dovere dalla critica e dal pubblico) manda in libreria in questi giorni, con la traduzione di Federica Niola. Peraltro il romanzo è la prima opera dell’autore peruviano tradotta in Italia.

Un romanzo che, alla sua pubblicazione, vide la critica dividersi in una dicotomica e antitetica reazione; da un lato c’era chi gridava allo scandalo (soprattutto il perbenismo cattolico che tanto alienava le menti di certa critica giornalistica peruviana) in relazione alla commistione ben dosata di sesso e religione che il romanzo fa sua, sacro e profano si prendono per mano in queste pagine dando vita a una fotografia seppiata del Perù che fu, dove lo scandalo pruriginoso dell’appetito sessuale doveva restare ben celato (soprattutto se alcuni protagonisti ben in vista nella società nutrivano gusti particolari per l’epoca, e l’omosessualità ancora era un tabù demoniaco) di fronte alla celebrazione religiosa che, ipocritamente, tutti unisce e benedice al fine di santificare il soggetto in relazione al contesto storico-sociale; dall’altro c’era chi vedeva nell’opera di Reynoso una sacrosanta ribellione “marxista” al  modus vivendi falsamente onesto ed elefantiacamente ipocrita del popolo in primo luogo, dei potenti che lo rappresentano in secondo. Tra i difensori del libro, che dunque sposarono quest’ultima visione, vi era l’altro mostro sacro della letteratura peruviana (assieme a Cesar Vallejo e Manuel Scorza) ossia Mario Vargas Llosa, in un’epoca in cui l’attrazione verso il capitalismo occidentale e il rinnegare determinate idee politiche eran ancora lontani dalla volontà dell’autore di La città e i cani (1963), romanzo che, soprattutto nella descrizione delle bravate stradaiole di questi adolescenti, di questi peruviani e pasoliniani “ragazzi di vita” (ricordiamo che l’opera di Pasolini è del 1955), di questi marmocchi già adulti, già puer senex (alla maniera dei protagonisti dei romanzi del primo Calvino), intinti nel fango delle strade, svezzati dalla prostituta dei peggiori bordelli, fatti di carne e sangue, sacralmente sessualizzati, rammenta non poco alcune pagine del romanzo di Reynoso.

Anche in questo libro, come già in molte opere latinoamericane (pensiamo soprattutto a Juan Rulfo, Gabriel Garcia Marquez, Ricardo Piglia, Juan Carlos Onetti) la struttura del testo è squisitamente “faulkneriana”; anche qui dunque cambi di prospettiva e mutazioni temporali, riflessioni dell’uno e dell’altro protagonista che si accavallano senza sosta in un caleidoscopio verbale nel quale, ammettiamo, il lettore non attento potrebbe tranquillamente smarrirsi. Un ritmo filmico e accelerato, storie che si innestano l’una all’altra, cerchi che non si chiudono ma vengono riaperti con veemenza da altre “occasioni” letterarie, al fine di dar vita a una trama che forse, in sostanza, volendo ragionare da puristi, si fa fatica a scorgere.

Ci sono dei punti fermi, questo sì, attorno ai quali si avvitano i corollari tematici delle storie che il testo contiene; la processione del Signore dei Miracoli, il malessere cerebral-fallico di alcuni protagonisti (che siano etero o omosessuali), il continuo connubio tra devastante istinto animalesco e scudo ipocrita del sacro, la miracolosa capacità di Reynoso di farci respirare a narici dilatate i forti odori delle strade di Lima.

L’intreccio copre l’arco di un’unica giornata “narrativa” (altro straordinario e ben dosato espediente), si apre alle 9:22 del mattino e si conclude la sera, ma gli eventi vengon spalmati sul nastro in progressione della storia come se coprissero un arco temporale ben più ampio.

Il romanzo anticipa certo “realismo urbano” (pensiamo soprattutto ad alcune operazioni dell’argentino Roberto Arlt) e riesce nella non facile e straordinaria impresa di empatizzare il lettore, al fine di rendere anch’esso protagonista di queste allucinate, coloratissime e dolorose vicende di un popolo che, volente o nolente, contiene in sé il malessere catastrofico della vita e, al contempo, si nutre del proprio immenso dáimōn che lega l’umano e il divino, il presente e il passato, i vivi e i morti (topos, quest’ultimo, sempre presente in molti narratori del Sudamerica) tra loro. Questo di Reynoso è un romanzo che va letto, gli amanti della letteratura sudamericana hanno l’obbligo di farlo, conosceranno un testo fondamentale che compone il mosaico della letteratura in esame; i profani, invece, potrebbero cimentarsi, al fine di sfogliare un album fotografico di rara bellezza narrativa e potente suggestione immaginativa.

Giuseppe Ceddia

reynoso

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