Un pensiero per Herman Melville

Il 28 settembre 1891 moriva Herman Melville, un gigante della letteratura. Moby dick dovrebbe essere la bibbia per qualunque lettore onnivoro, il romanzo col quale aggrapparsi alla vita, la riflessione perenne sull’esistenza che, in costante divenire, è la testimonianza che – in fin dei conti – siam tutti giunchi al vento. Ammetto di non esser mai stato un “melvilliano”, sicuramente sono più un “hawthorniano” (le tematiche narrate dall’autore de La lettera scarlatta son sempre state a me più affini), però come tacere l’esultanza dell’animo di fronte alla lotta perenne dell’uomo contro il cetaceo gigante, quella balena (leviathan melvillei) che è assieme nemico e amante, coscienza che urla e combatte per la sopravvivenza, lato oscuro e ostacolo biblico, lacrime amare e rabbia animale.

Noi italiani forse dovremmo leggere tre volte Moby dick, la prima volta in lingua originale, poi in traduzione, infine nella traduzione-riscrittura di Cesare Pavese (con Elio Vittorini l’altro nostro grande scrittore “americano”).

Tutti dovremmo prima o poi chiamarci Ismaele, così come tutti dovremmo incarnarci nell’Achab assetato di rabbia e speranza, di freddo sudore e maledizioni urlate al cielo, in quel grande mare (“il più bello dei mari è quello che non navigammo” scriveva Nazim Hikmet), quella distesa dove la contemplazione è l’azione primigenia del soggetto, il terrore della vastità che potrebbe risucchiarci nel ventre della “grande madre” acquatica.

Sì, proprio così… chiamiamoci Ismaele… oppure chiamiamoci tutti Bartleby e rendiamoci anche noi intraducibili con quel “I

would prefer not to”, quell’ostinazione

Herman-Melville semi-silenziosa dell’atto non compiuto, quella scelta di non agire, perché l’agito spesso è fonte di dolore, quella (com)passione è sempre insita nel muscolo pulsante impazzito di vita; poco importa che sia un ufficio di Wall Street o “il grande mare che avremmo traversato” (magari quello cantato da Ivano Fossati), poco ci interessa che nessun luogo è ascrivibile a un sano e idealizzato locus amoenus, noi siamo piccole bandiere oscillanti in un vortice maestoso di esistenze che si incrociano.

Ecco, Melville ha tradotto il sempiterno tarlo dell’uomo, il “chi siamo dove andiamo” si tramuta nella biblica ricerca di se stessi nella vasta distesa acquatica oppure nel bigio muro di una stanza d’ufficio… perché forse – in fin dei conti – in fondo al mare c’è una cupola impermeabile nella quale Bartleby scrive; chissà se, nel ventre del cetaceo, Achab avrebbe potuto incontrare Pinocchio col suo babbo.

G.Ceddìa ©

Satana… da Tasso a Milton

E niente, dice Mario Praz che, nella Gerusalemme del Tasso, la figura di Satana conserva un orripilante maschera medievale, simile a quella d’un guerriero nipponico; simile è il Satana de “La strage degli innocenti” di Marino, con un maggiore calco sull’aspetto grottesco del signore delle tenebre, “consapevole” di essere un angelo caduto.
Di queste caratteristiche si nutre Lorenzo Lotto nel dipingere la sua “caduta di Lucifero” nel 1554.
John Milton conosceva la traduzione dell’opera di Marino; la mestizia e la morte, il fascino del ribelle indomito del Satana miltoniano del Paradise Lost, quasi eroe romantico malato di byroniana disperazione d’amore, ha dunque la sua radice, la sua forma embrionale (ma neanche più di tanto) nella caratterizzazione che né danno Tasso e Marino.

(Cfr. M.Praz, La carne, la morte e il diavolo, p.55 e seg.).

(immagine) L.Lotto, La caduta di Lucifero

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La contraddittoria pietas del Perù di Reynoso.

da “Il Quotidiano Italiano”, 18/9/2015

En octubre no hay milagros (Niente miracoli a ottobre) è un romanzo del 1965 scritto dal peruviano Oswaldo Reynoso (Arequipa, 1931), eccentrico personaggio e agitatore culturale della sua terra nonché dell’intero panorama sudamericano.

Il testo è uno dei tre titoli che la casa editrice Sur (alla quale si deve la riscoperta di autori sudamericani mai tradotti in Italia o, ahinoi, sottovalutati e dunque non considerati a dovere dalla critica e dal pubblico) manda in libreria in questi giorni, con la traduzione di Federica Niola. Peraltro il romanzo è la prima opera dell’autore peruviano tradotta in Italia.

Un romanzo che, alla sua pubblicazione, vide la critica dividersi in una dicotomica e antitetica reazione; da un lato c’era chi gridava allo scandalo (soprattutto il perbenismo cattolico che tanto alienava le menti di certa critica giornalistica peruviana) in relazione alla commistione ben dosata di sesso e religione che il romanzo fa sua, sacro e profano si prendono per mano in queste pagine dando vita a una fotografia seppiata del Perù che fu, dove lo scandalo pruriginoso dell’appetito sessuale doveva restare ben celato (soprattutto se alcuni protagonisti ben in vista nella società nutrivano gusti particolari per l’epoca, e l’omosessualità ancora era un tabù demoniaco) di fronte alla celebrazione religiosa che, ipocritamente, tutti unisce e benedice al fine di santificare il soggetto in relazione al contesto storico-sociale; dall’altro c’era chi vedeva nell’opera di Reynoso una sacrosanta ribellione “marxista” al  modus vivendi falsamente onesto ed elefantiacamente ipocrita del popolo in primo luogo, dei potenti che lo rappresentano in secondo. Tra i difensori del libro, che dunque sposarono quest’ultima visione, vi era l’altro mostro sacro della letteratura peruviana (assieme a Cesar Vallejo e Manuel Scorza) ossia Mario Vargas Llosa, in un’epoca in cui l’attrazione verso il capitalismo occidentale e il rinnegare determinate idee politiche eran ancora lontani dalla volontà dell’autore di La città e i cani (1963), romanzo che, soprattutto nella descrizione delle bravate stradaiole di questi adolescenti, di questi peruviani e pasoliniani “ragazzi di vita” (ricordiamo che l’opera di Pasolini è del 1955), di questi marmocchi già adulti, già puer senex (alla maniera dei protagonisti dei romanzi del primo Calvino), intinti nel fango delle strade, svezzati dalla prostituta dei peggiori bordelli, fatti di carne e sangue, sacralmente sessualizzati, rammenta non poco alcune pagine del romanzo di Reynoso.

Anche in questo libro, come già in molte opere latinoamericane (pensiamo soprattutto a Juan Rulfo, Gabriel Garcia Marquez, Ricardo Piglia, Juan Carlos Onetti) la struttura del testo è squisitamente “faulkneriana”; anche qui dunque cambi di prospettiva e mutazioni temporali, riflessioni dell’uno e dell’altro protagonista che si accavallano senza sosta in un caleidoscopio verbale nel quale, ammettiamo, il lettore non attento potrebbe tranquillamente smarrirsi. Un ritmo filmico e accelerato, storie che si innestano l’una all’altra, cerchi che non si chiudono ma vengono riaperti con veemenza da altre “occasioni” letterarie, al fine di dar vita a una trama che forse, in sostanza, volendo ragionare da puristi, si fa fatica a scorgere.

Ci sono dei punti fermi, questo sì, attorno ai quali si avvitano i corollari tematici delle storie che il testo contiene; la processione del Signore dei Miracoli, il malessere cerebral-fallico di alcuni protagonisti (che siano etero o omosessuali), il continuo connubio tra devastante istinto animalesco e scudo ipocrita del sacro, la miracolosa capacità di Reynoso di farci respirare a narici dilatate i forti odori delle strade di Lima.

L’intreccio copre l’arco di un’unica giornata “narrativa” (altro straordinario e ben dosato espediente), si apre alle 9:22 del mattino e si conclude la sera, ma gli eventi vengon spalmati sul nastro in progressione della storia come se coprissero un arco temporale ben più ampio.

Il romanzo anticipa certo “realismo urbano” (pensiamo soprattutto ad alcune operazioni dell’argentino Roberto Arlt) e riesce nella non facile e straordinaria impresa di empatizzare il lettore, al fine di rendere anch’esso protagonista di queste allucinate, coloratissime e dolorose vicende di un popolo che, volente o nolente, contiene in sé il malessere catastrofico della vita e, al contempo, si nutre del proprio immenso dáimōn che lega l’umano e il divino, il presente e il passato, i vivi e i morti (topos, quest’ultimo, sempre presente in molti narratori del Sudamerica) tra loro. Questo di Reynoso è un romanzo che va letto, gli amanti della letteratura sudamericana hanno l’obbligo di farlo, conosceranno un testo fondamentale che compone il mosaico della letteratura in esame; i profani, invece, potrebbero cimentarsi, al fine di sfogliare un album fotografico di rara bellezza narrativa e potente suggestione immaginativa.

Giuseppe Ceddia

reynoso

D’amore, di morte e di menti andate…

Molti si ostinano a dire che esistono diversi modi di amare o di voler bene, così come esistono differenti modi di stare al mondo e affrontare gli imprevisti della vita.
A me piace credere che esista un modo “giusto” di amare e voler bene, che il resto siano chiacchiere usate come alibi per giustificare un’anaffettività che purtroppo dilaga, che purtroppo annienta coloro che, senza colpa, ne sono intrisi.
Credo dunque che, di fronte a questo, gli anaffettivi coscienti debbano solo imparare a non temere di voler bene… a non temere, in sostanza, di vivere.

Se un giorno dovessi andarmene, ho difficoltà a sapere ciò che la mia essenza desidererebbe. Se una grande festa dove tutti bevono e danzano sotto una luna rossa… luna comanche… oppure una non vittimistica fiera del pianto… di quelle sacre e pagane al contempo… con tanto di feticci bruciati al dio delle tenebre.
Ho difficoltà a pensarlo, perché pensare questo significa essere già decontestualizzati da questo mondo… quand’ero più piccolo e vivevo nel terrore dell’invecchiamento dei miei genitori, non avevo ancora sviluppato l’idea della mia dipartita, ci si sente immortali fino a una certa età, la morte la si sfida ogni minuto di ogni giorno, poi la si teme con l’andare avanti… e allora ecco che uno dei miei desideri sarebbe vedere – da un eventuale altro mondo – la reazione di tutti coloro che mi han conosciuto… la reale reazione… e capire finalmente chi ti ha amato davvero e chi no…sono bazzecole quelle che dicono che il pianto può essere interno, gli occhi si inumidiscono spontaneamente e bruciano come se il sale della terra avesse cosparso il liquido interno; tutti amiamo, odiamo, detestiamo, vogliamo bene, ma è importante sapere “come” lo si fa… “essere” non dovrebbe riferirsi solo all’individuo ma anche a coloro che quell’individuo ama… se quell’individuo non è riamato deve morire dentro, morire per l’ennesima volta e rinascere… sempre più cicatrizzato, sempre più con il sentore marcio di non potere amare…mai più.

ho visto alcune delle migliori menti della mia generazione soffrire assurdamente per la perdita del lavoro, per le false promesse di qualche avvenente signora altolocata o di qualche malevolo scialacquatore di provincia… ho visto le migliori menti darsi all’alcool, alla coca, semplicemente perché la troppa sensibilità è un cancro che si annida nel cuore e non lascia spazio alla riflessione, allo scudo difensivo verso un mondo che non ha pietà… ho visto queste migliori menti, creative, sofferenti, empatiche, le ho viste dar sfogo ai propri demoni interiori, quelli malformati e ambigui, solo perché il talento viene schiacciato dall’oppressore del raccomandato e del raccomandante, le migliori menti stuprate nell’intimo, nella frustrazione immobile che accascia anche le belve più dure… queste migliori menti, di cui forse in un futuro si narrerà, sono l’innocenza del mondo, la creatività senza lucro, l’essenza della vita. E la vergogna dovrebbe essere il mantello perenne di coloro che provocano le morti dell’anima, le violazioni dell’innocenza.

gc ©

Le letture da spiaggia che non ti aspetti

VITA DA EDITOR

libri da spiaggiaEcco alcuni dei libri che gli italiani si sono portati sotto l’ombrellone

Da sempre ho l’abitudine di fare lunghe passeggiate in riva al mare, da diversi anni ho anche il vizio di contorcermi per scoprire i titoli dei libri che i villeggianti hanno tra le mani, quest’estate ho iniziato a chiedere di che testo si trattasse quando la copertina era occultata dalle dita o ripiegata.
Dopo un iniziale disorientamento (interrompere la lettura è sempre motivo di fastidio) e qualche diffidenza (diversi devono aver pensato che fossi dell’Euroclub), tutti si sono dimostrati cordiali e ben disposti, con qualcuno mi sono persino intrattenuto per una breve chiacchierata – del resto, come dimostra l’hashtag #letturedatreno proposto tempo addietro su Twitter da Angela Rastelli, la curiosità per le letture altrui è alquanto diffusa.
Quali gli esiti della “ricerca”? Innanzitutto l’evidente assenza di un best-seller estivo: nessun testo ha infatti catalizzato la curiosità dei…

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