The Babadook di Jennifer Kent è una di quelle fiabe nere come da tempo non se ne vedevano sul grande schermo. Tra omaggi al cinema (agli intenditori non potranno passare inosservati i passaggi tratti dalle allucinazioni di Georges Méliès e dal gotico nostrano di Mario Bava che scorrono sul televisore mentre il delirio di una notte buia e tempestosa si disegna sulla fisiognomica della protagonista, una bravissima Essie Davis) e arcaici e mai sopiti ritorni del rimosso (il buon Freud ne avrebbe avuto di materiale per scrivere qualche racconto psicanalitico, come era aduso fare) la pellicola scorre solenne come un fiume nero bilioso fatto di amore e morte, innocenza e colpa, passato che si fa presente e viceversa.

Un libro con delle figure cartonate al suo interno si fa largo, come essere vivente (o morente), tra le pieghe dell’esistenza di una madre vedova e di suo figlio (ottima interpretazione allucinata del piccolo Noah Wiseman) innestando una coazione a ripetere di atti reali che si dipanano nell’onirico, di sonno senza sogni e di veglie che prendono a sberle i nervi.

Riduttivo definire horror un film come questo, è la drammaticità dell’esistenza che si fa sentire nella storia di questa madre che mai ha superato la morte di suo marito e nutre, a livello inconscio, una sorta di rimosso dolore ma anche una rabbia verso suo figlio (il padre muore il giorno della nascita del bambino, in un incidente stradale, appunto mentre accompagna sua moglie in ospedale per partorire), di questo figlio di una colpa non sua (non la classica visione clericale del non voluto) bensì quella di esser consci nell’identificarsi come colpevole di una morte che non gli poteva appartenere, un senso di colpa pre-natale in cui il carnefice mascherato e metaforizzato uccide la vittima prima ancora che egli stesso venga al mondo.

E forse Babadook è questo, forse quel denso liquame nero, quegli artigli e quel cappello, questo nuovo orco goticheggiante e ossimoricamente innocente, si nutre del dolore, del lutto non elaborato, del sentimento represso, dell’urlo non fuoriuscito, del cuore non esploso. Babadook è l’intimità violata, l’innocenza sporcata e poi incolpata, l’amore stuprato, il delirio dell’eterna veglia, la mancanza del sonno.

Non voglio svelare di più su un film che merita la visione, una pellicola che ha il sapore arcaico delle storie nere raccontate accanto al fuoco ma, al contempo, delinea paure ataviche che sono le stesse dell’oggi, le medesime di questi tempi post-modernisti anch’essi tempestosi e sinistri, tempi in cui amare diventa sempre più difficile, ma anche tempi in cui – forse – ancor più dobbiamo imparare a tenere stretti i nostri ricordi, a convivere serenamente con i dolori, onde evitare che un babadook ci renda colpevoli e carnefici a scapito del nostro stesso sangue.

babadook

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