Grecia, un problema concettuale

A costo di esser ripetitivo (e per questo mi scuso in anticipo con i lettori) ci tengo, ancora una volta, a soffermarmi sull’uso e abuso errato di termini riguardanti determinate categorie storiche, forme di governo, insomma sul malsano utilizzo che si fa di determinati concetti, assai spesso al puro scopo di dar aria ai polmoni o per il mero motivo di far intendere che non si è totalmente fuori dal mondo, abitanti di Marte o del satellite Luna (non certo “poeticizzato” al modus leopardiano). Spesso, però, meglio tacere che parlare di aria fritta, sciorinare lemmi senza arte né parte.

Lo spunto per codesta riflessione viene da un articolo interessante di Umberto Curi dal titolo “L’antica Grecia culla della democrazia. Un falso storico”, apparso sul Corriere della Sera di lunedì 13 luglio 2015. Articolo che vi invito a recuperare e leggere con attenzione.

La mia visione, sostanzialmente, non si discosta da quella di Curi, e nelle mie riflessioni questo si è evinto spesso. Ma, come volgarmente si dice, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire! E allora si continua a parlare di Grecia come culla o embrione dei processi democratici. Ma di quale Grecia? In questo caso di due entità storico-sociali assai differenti. Da un lato l’Atene periclea del V secolo a.C. e dall’altro l’odierno modus operandi della Grecia, soprattutto dopo il referendum di Tsipras. Ora, ammesso e non concesso, che il referendum – per quanto assai “curiosa” come metodologia – sia qualcosa che abbia attecchito tra il popolo, è assolutamente (come già ho espresso) un vagito di democrazia “originale” nella mefitica aria di false idee e false ideologie che ormai regna sovrana.

Così come, anche qui mi si perdoni la ripetizione, ho più volte scritto che l’Atene periclea è in realtà una forma di oligarchia “mascherata” da democrazia, in quanto non vi era suffragio totale, essendo le donne non abilitate al voto ed essendoci ancora la presenza della schiavitù.

L’articolo di Curi mi viene in soccorso, anzi “ci” viene in soccorso, quando rammenta che il termine “demokratia” (a partire dalla fine del VI sec. a.C.) aveva accezione perlopiù dispregiativa. E “kratos” era inteso il potere ottenuto con l’utilizzo di modus violento, con la forza insomma. Così come “démos” non era inteso tutto il popolo ma solo quella fetta di esso che era in possesso di determinati requisiti. Potrei fermarmi qui e già avremmo un’idea che è tutt’altro che definibile “democratica” (almeno secondo l’accezione che ne diamo oggi noi moderni, o meglio, contemporanei… ). Anche qui, dunque , è la quantità e non la qualità che viene privilegiata, quella parte di popolo “quantitativamente” maggioritaria per determinati requisiti.

Orbene a me questa più che democrazia pare una fase embrionale di populismo. Quanti attuali leader politici (in un iter assai complesso e smussato che comprende sia Berlusconi che Vendola, a mio avviso) mostrano infatti la preferenza per i comiziacci in cui la folla di inesperti plaude al capo illuminato? Non penso sia una novità, solo un cieco potrebbe negare questo. Tralasciando le critiche alla democrazia che già furono tema delle invettive di Platone e Aristotele, un assunto incontestabile risiede dunque nell’errore che commettono coloro che definiscono la Grecia “culla” della democrazia, nel senso di autogoverno del popolo (in primis nell’accezione moderna del termine).

Ora, senza scomodare né Polibio (e il concetto di “anaciclosi”, VI libro delle Storie) né Giambattista Vico (con i suoi corsi e ricorsi storici) mi viene da chiedermi quanti di coloro che si riempiono la bocca con determinati concetti abbiano, in realtà, una sana memoria storica, una ferma coscienza critica, una capacità di evitare di mettere tutto nello stesso caotico calderone? Domanda retorica.

Altro punto dell’articolo di Curi riguarda l’attuale referendum ellenico del Sì-No, si chiede l’articolista in che misura coloro che han espresso il voto hanno letto tutte le pagine del programma di proposte? Altra domanda retorica? Forse sì…

In conclusione, più che culla della democrazia non è stata, e non continua ad essere, forse la Grecia la “culla” della critica alla democrazia, ovviamente senza confondere accezione arcaica e accezione presente del termine? Probabilmente questo è un punto sul quale dovremmo interrogarci e che dovrebbe essere partenza per una riflessione che, innanzitutto, definisca cosa noi intendiamo oggi con democrazia, e che – in secondo luogo – eviti accostamenti col passato che partoriscano frasi fatte di mediocre o pessima attinenza storica e che denotano, tirando le somme, un’elefantiaca ignoranza (nel senso latino del termine, mai sia qualcuno dovesse offendersi). Ai posteri l’ardua sentenza.

Giuseppe Ceddìa

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Dieci libri per l’estate 2015

Come ogni anno eccomi qui a consigliare dieci libri per l’estate. E come sempre troverete di tutto di più… quindi non badate all’incoerenza riguardo il genere o la data di pubblicazione del libro (che può essere un romanzo, un saggio, un testo di liriche, ecc.)

Non mi resta che augurare a tutti buona lettura!

1) Aa.Vv. “Fantasmagoriana” (Nova Delphi) – il libro di racconti tedeschi pubblicato a Parigi nel 1812 che sarà fonte d’ispirazione primaria per la famosa scommessa fatta una sera buia e tempestosa in Villa Diodati (da cui nasceranno “Il vampiro” di Polidori e “Frankenstein” di Mary Shelley).

2) Aa. Vv. Racconti di fate, orchi e streghe (Mondadori) – è un Meridiano, dunque il costo non è dei più bassi… ma è un testo che vi farà compagnia e che andrete a rileggere spesso. Si fa riferimento al patrimonio della letteratura italiana. Bel saggio introduttivo di Mario Lavagetto.

3) Ernesto De Martino “Sud e magia” (Feltrinelli) – un classico dell’antropologia che in primis un meridionale non può esimersi dal leggere.

4) Stephen King “Incubi e deliri” (Sperling & Kupfer) – Il libro di racconti che sancisce la grandezza e la genialtà di King come uno dei più grandi narratori viventi.

5) Honoré de Balzac “Sarrasine” (Feltrinelli) – un racconto di Balzac da molti annoverato nella sua produzione “fantastica” ma che nasconde molto, molto altro. Un altro esempio della grandezza dello scrittore francese.

6) Jorge Luis Borges-Marìa Ester Vàzquez (Adelphi) – “Letterature germaniche medioevali” – un saggio che si legge come un romanzo e che tocca le radici della letteratura tedesca, anglosassone e scandinava… in un iter che tocca il Beowulf e i Nibelunghi.

7) Fedor Dostoevskij “Memorie da una casa di morti” (Bur) – forse uno dei testi meno letti del grande romanziere russo, il diario della sua prigionia in Siberia non lascia indifferente il lettore.

8) William Shakespeare “Macbeth” (Mondadori) – Una delle più “oscure” tragedie del grande bardo, di una modernità che lascia ancor oggi attoniti.

9) Nathaniel Hawthorne “Racconti” (Garzanti) – anche nella forma breve l’autore de “La lettera scarlatta” dimostra la sua immensità. Uno dei più grandi scrittori americani di sempre.

10) Joyce Carol Oates “Il maledetto” (Mondadori) – Romanzo corposo che ci dà la conferma delle grandi doti della Oates ma, al contempo, dimostra che scrivere un romanzo “gotico” ai giorni nostri è ancora possibile.

The Babadook e la non elaborazione dei lutti

The Babadook di Jennifer Kent è una di quelle fiabe nere come da tempo non se ne vedevano sul grande schermo. Tra omaggi al cinema (agli intenditori non potranno passare inosservati i passaggi tratti dalle allucinazioni di Georges Méliès e dal gotico nostrano di Mario Bava che scorrono sul televisore mentre il delirio di una notte buia e tempestosa si disegna sulla fisiognomica della protagonista, una bravissima Essie Davis) e arcaici e mai sopiti ritorni del rimosso (il buon Freud ne avrebbe avuto di materiale per scrivere qualche racconto psicanalitico, come era aduso fare) la pellicola scorre solenne come un fiume nero bilioso fatto di amore e morte, innocenza e colpa, passato che si fa presente e viceversa.

Un libro con delle figure cartonate al suo interno si fa largo, come essere vivente (o morente), tra le pieghe dell’esistenza di una madre vedova e di suo figlio (ottima interpretazione allucinata del piccolo Noah Wiseman) innestando una coazione a ripetere di atti reali che si dipanano nell’onirico, di sonno senza sogni e di veglie che prendono a sberle i nervi.

Riduttivo definire horror un film come questo, è la drammaticità dell’esistenza che si fa sentire nella storia di questa madre che mai ha superato la morte di suo marito e nutre, a livello inconscio, una sorta di rimosso dolore ma anche una rabbia verso suo figlio (il padre muore il giorno della nascita del bambino, in un incidente stradale, appunto mentre accompagna sua moglie in ospedale per partorire), di questo figlio di una colpa non sua (non la classica visione clericale del non voluto) bensì quella di esser consci nell’identificarsi come colpevole di una morte che non gli poteva appartenere, un senso di colpa pre-natale in cui il carnefice mascherato e metaforizzato uccide la vittima prima ancora che egli stesso venga al mondo.

E forse Babadook è questo, forse quel denso liquame nero, quegli artigli e quel cappello, questo nuovo orco goticheggiante e ossimoricamente innocente, si nutre del dolore, del lutto non elaborato, del sentimento represso, dell’urlo non fuoriuscito, del cuore non esploso. Babadook è l’intimità violata, l’innocenza sporcata e poi incolpata, l’amore stuprato, il delirio dell’eterna veglia, la mancanza del sonno.

Non voglio svelare di più su un film che merita la visione, una pellicola che ha il sapore arcaico delle storie nere raccontate accanto al fuoco ma, al contempo, delinea paure ataviche che sono le stesse dell’oggi, le medesime di questi tempi post-modernisti anch’essi tempestosi e sinistri, tempi in cui amare diventa sempre più difficile, ma anche tempi in cui – forse – ancor più dobbiamo imparare a tenere stretti i nostri ricordi, a convivere serenamente con i dolori, onde evitare che un babadook ci renda colpevoli e carnefici a scapito del nostro stesso sangue.

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