Affermo

Io affermo, hic et nunc, di non voler più visionare, leggere, ascoltare alcunché, se non la mia peregrina voce. Che basta e avanza per dominare un silenzio.

Affermo di non credere nei solstizi e negli equinozi forzati dell’anima, quelli dove ci si auto-convince che qualcosa di buono c’è. Tutta una grande e grossa merda. Non vi illudete. Solo merda, merda a valanghe, è tutta una grande, abominevole e grassa merda.

Affermo di non esser più soggetto a incroci malefici, incastri perenni di abitudine e bisogno, vili azioni di quel vile organismo malato chiamato uomo.

Affermo con coraggio e senza vigliaccheria che lo schifo ha raggiunto le mie radici, la pena le mie vertebre e il dolore i miei nervi, la vergogna i miei occhi, le stimmate il mio pene….il fuoco la mia carne.

Affermo che il mio petto è una cassa sfondata, i miei arti incrinate lastre di legno, la mia mente una quinta stagione senza tempo dove si incontrano i dilemmi dell’avvenire. Affermo che i padri ci hanno castrato e le madri divorato, che l’utero dannato ci ha vomitati rifiutandoci, che l’abbandono è la nascita stessa.

Affermo, finalmente affermo, che sono stanco, dite pure che son pazzo, dite che son malato, pensate ciò che vi pare di me e della mia anima, tagliatemi le palpebre, inchiodatemi i polsi, eviratemi fino all’elsa della spada di carne.

Affermo che ormai il dolore è così tanto che è diventato altro, non sento più nulla, il troppo sentire si è ridotto a una fredda lastra di ghiaccio che ammutolisce il cuore, rovente pompa demoniaca di un organismo che più non m’appartiene.

Affermo perché sono, affermo perché m’espongo al lurido liquido umano, lo tocco con mano, affermo perché mi schiero, affermo perché prendo sempre la posizione sbagliata che è l’unica giusta.

Affermo che la verità è una ed esiste, e che non regge più l’alibi di una scusa blanda e ridicola come i fantocci che animano l’asfalto di una città disumanizzata, affermo che abbiamo fallito. Affermo però che il mio fegato non è sazio di cianuro, è ancora vigile come sentinella pulsante di sangue e sperma.

Affermo che di notte, mentre un canide si squarcia la gola, penso a quanto maledettamente mi strapperei il cervello da questo cranio, lo terrei in mano e porrei a lui qualche domanda, per non sentirne mai più la risposta.

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Le nonne

Come son strane le nonne, non ti riconoscono se porti un taglio diverso di capelli, non importa che tu sia figlio o nipote…poi però – per una strana matrice di animismo arcaico e spirituale – si segnano nei pressi di una chiesa. Come son strane le nonne che nascondono gli oggetti per il terrore che qualcuno li possa toccare, e non si ricordano dove li han nascosti…però poi rammentano con cristallina precisione gli eventi, gli attimi, le sfumature di un passato che non ritornerà….
Come son strane le nonne, ormai bambine, ormai incapaci forse di credere che sta finendo tutto….ancora aggrappate a una dignità rurale di sapore post-bellico….son strane le nonne che non ricordano il piatto mangiato a pranzo ma rivivono in eterno la dura infanzia del sacrificio.
Come sono strane quelle nonne….le nonne del dopoguerra, le nonne nei rifugi senza sole….le nonne che – abituate al dolore – non gioiscono della tranquillità.

Buon compleanno Tozzi

Giovedi 15 gennaio, ore 18:30 presso Libreria Zaum, via Cardassi 85 Bari, per gli incontri della serie “Buon compleanno”, ci sarà “Buon compleanno Tozzi”. A discutere dello scrittore senese saranno Bruno Brunetti (Docente di Letteratura Italiana presso Facoltà di Lingue, Università di Bari) e Giuseppe Ceddia (Dott. in Italianistica, Università di Bari).

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Morte, io ti rifiuto

Morte io ti rifiuto – nel ping pong elettrico – mani sudate alla gola

Morte dei sensi – delle pelli battute – dei dardi paesani

Rifiuto il non essere – mentre castigamatti in tensione – ancora vivi

Nubili e sciocche fanciulle – ti attendono – come si attende il prezzo del respiro

Morte dei bimbi – morte dei vecchi – delle madri

Delle oziose puttane sventrate – coi fuochi del ballo africano

Rifiuto di non respirare – di non sapere più – di addomesticare l’alito

Morte! Senza di te io sarei vuoto – eppur ti temo – di tempo in tempo

Quel tempo ti sfidavo – ora non t’accetto – domani ti scoperò

Come si fa con i buoi castrati – visioni dei padri padroni – buchi di culi prolassati

Morte mia che t’accarezzo come un cane – come un sudicio e sozzo pezzo di carne

Domani si vedrà  – se le mie palpebre incrostate di vita – s’apriranno ancora

Incastonate come rubini nella pelle delle tigri – morte di ascessi infetti

Di pus colato dalle membrane elastiche delle vagine facciali

Morte dei santi – dei cristi redenti – dei demoni bellissimi

Della sazia esistenza che non s’arresta di fronte all’infante denutrito

Di fronte al padre frustrato – al pane mancante – al nero delle mani

Come posso accettarti morte – anche se poi la liberazione è tua alleata

È la vita che ci inchioda – è la vita che non ha pietà – tu illumini d’incenso

I goderecci miliardari che visiti durante l’orgasmo

Ti insinui in vena mentre l’ago solletica la pelle – e l’eroina crea la bolla letale

L’embolo di un grumo – tu scherzi – qui noi ancora non siam pronti

A che scopo lottare – sapere – deridere – soffrire – nuocere

Se poi basterà un puf e saremo nudi involucri di carne già fredda

Manichini asessuati di un tempo che fu – tra le scimmie scuoti ossa

E le mantidi mangia maschi – i ghepardi in calore – e le vespe ingorde

Sì, morte – io non ti accetto – non ti temo

Ma non t’accetto – tu non esisti in quanto tal dei tali

Sprigioni siero – sperma – coito blu – sangue reale

Morte al miele – morte al vino – morte al gusto di mandorle amare

Padre santo – madre sacra – figlio e spirito santo si tramutan in falene

Con quei bastoni – quelle croci – quelle voci

Che urlano sempre sempiterne melodiose effigi fonetiche

Ah! Morte – quanto peso – quanto prestigio – tu detieni!

Quanto si è speso, quanto inchiostro – sangue – meningi

Quanti derelitti psicotici di snervanti sedute nei boschi – mature prugne vaginali

Ora, qui e ora, in questa valle di latrine – di lacrime non vi è traccia

Ma occhio agli accenti – mia morte strepitosa viandante –

Basta uno schiocco e io me ne fuggo – sai correr come una lepre?

Morte mia che mi scandalizzi , mi ami – mi illumini

Io che spendo – ogni istante – ogni pezzo di vita

A cercar di evitarti, in questo tempo – ogni secondo a tentar di distruggerti

Accarezzando la lealtà – la salvezza – le sedie elettriche della psiche –

A cercar di destar in te un pizzico di sana pietà – liberaci dal male –

Liberaci dal quale – dal santo patrono vitale –

Dal sale della terra – dalla pioggia calda infernale – io ti amo

Così tanto che – tremendamente – ti uccido.