Si incontrarono come due ricci scapestrati in quel sole bollente di dicembre (causa variazioni climatiche della serie non ci son più le stagioni di una volta) che urtava le lenti dei loro occhiali (entrambi miopi, astigmatici e diabetici) i quali – ridotti all’osso (causa montature moderne/antiche di fattezze ossee ma plastificate) – si reggevano in equilibrio sui setti nasali sudati e scivolavan costantemente a sedurre la punta del naso.

Dicembre opaco soleggiato – deus ex machina – dicembre ombroso al sapore d’alloro e limone, lui bofonchiò qualcosa all’orecchio di lei (incerta se slacciarsi o meno quella fastidiosa giarrettiera da gangster movie di serie b) e il sussurro era fastidioso come un’ape anfetaminica nel seno della coscia. Le dichiarò senza se e senza …. che in fondo in fondo di quegli anni passati a stuzzicare gonnelle e palpebre sbattenti, si ricordava ben bene e dunque il trastullo egotico (ormai patologico) non contemplava l’esigenza dell’adorazione che fu.

Il solletico che lei avvertiva, arioso e dispettoso, frutto del bisbiglio di lui (in realtà non aveva mai imparato a parlare a bassa voce, perché urlare alle canaglie è dura missione) la pungeva nell’intimo, senza i rancori di un tempo. Posò un fiore color magenta sulla panchina ossianica e lo guardò come si guarda un cane che porta a spasso un uomo.

Cosa le disse cercando di sussurrare e non riuscendoci, provocando solo un fastidioso ghirigoro fonetico, all’orecchio malandrino dotato di filtro elastico di membrana suadente?

Lei lo guardo e sbuffò….spruzzò saliva prima di esplodere in una fragorosa risa(ia)…. (fece lo stesso rumore dei chicchi malandrini di riso sulle teste dei novelli sposi) ….lo osservò a lungo mentre lui diventò pallido come un cencio conservato in un mobile antico ormai non più naftalinico….taceva lui, taceva sogghignando lei.

– Cosa? – Disse lui. – Come cosa? – fece lei….

Insomma cosa? – ancora l’uomo. E lei: – Non cambierai mai….Buon natale!

E lui: – certo, buon Natale……le tue solite bambinate.

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