Dei tempi drammatici che, come un magma mefitico, ci circondano, non è mia intenzione fare analisi sociologiche, politiche o antropologiche, bensì cercare di delineare come la cultura, nel senso più ampio del termine, stia attraversando una fase critica, l’involuzione sembra essere parametro centrale della presente società. Quale dovrebbe essere il ruolo dell’intellettuale oggi? Come dovrebbe porsi nei confronti di una società che snerva la cultura del suo asse portante, quello che si regge su due parametri essenziali come coscienza critica e memoria storica? Forse la risposta, rammentando alcuni assunti gramsciani, sta nella “nuova” organicità che l’intellettuale dovrebbe attuare, un’organicità che non si regga solamente sul numero di libri letti adusi a interpretare la società, ma sia incentrata su un’empatica sensibilità che porti l’uomo a chiedersi chi ha di fronte, quale tipo di cuore e mente ha il suo simile.

Nel suo non essere mai comunista e ambiguamente anti-fascista, Benedetto Croce affermò che solo la cultura avrebbe potuto essere arma contro il regime. Oggi, che fare? Ecco, forse è proprio “fare” il verbo principe che dovrebbe regnar sovrano nel modus operandi del cittadino e in particolare dell’intellettuale, al fine di tirar fuori dall’intimo dei giovani quell’assopita curiosità che i mass media hanno inquietantemente messo a tacere al fine di catapultarli in uno stato di perenne e preoccupante sonnambulismo.
Rattrista prender atto che fenomeni quali il calcio, le manifestazioni religiose, e altro, smuovono masse e semplici presentazioni di libri faccian constatare un assordante silenzio; mi viene da pensare che a far paura è il concetto stesso di attività. Essere “attivi” incute timore.
L’intellettuale deve esporsi, sporcarsi le mani e prendere posizione schierandosi apertamente, non temere la solitudine e non pensare al proprio orticello, al proprio guicciardiniano “particulare”. Credo che solamente nel momento in cui ci si renderà conto che davvero una penna o una parola possan raggiungere l’avversario in modo più pungente di un’arma, ecco, solamente allora la cultura avrà lo spazio che merita e potrà ricoprire il “sacro” ruolo che le spetta.
Solo allora l’intellettuale (parola che fa paura e che è diventata, tristemente, sinonimo di pesantezza) potrà essere riconosciuto del suo ruolo e non visto come alieno o come forza “altra” perché lontana dalla vigente forma mentis della collettività imbambolata. Oggi, quella sana “leggerezza” di cui parlava Calvino è usata come alibi per attuare una preoccupante superficialità, allarmante ancor più se usata come arma contro la presunta “pesantezza” del sapere. Aprire gli occhi è doloroso, non vi è dubbio. Ecco che l’intellettuale deve dunque farsi portavoce di questo atto di coraggio. Chiudo citando Yunus Emre, poeta turco nato nel 1200: “Chi non ci conosce cosa vuoi che sappia di noi, a chi sa vada il nostro saluto”.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...