Muore il grande poeta Mark Strand (1934 – 2014)

Mark Strand (1934 – 2014) – “Tenere insieme le cose”

In un campo
io sono l’assenza
di campo.
Questo è
sempre opportuno.
Dovunque sono
io sono ciò che manca.
Quando cammino
divido l’aria
e sempre
l’aria si fa avanti
per riempire gli spazi
che il mio corpo occupava.
Tutti abbiamo delle ragioni
per muoverci
io mi muovo

per tenere assieme le cose.

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Stregoneria e tradizione figurativa

Oggi propongo un estratto del breve articolo di Patrizia Castelli, comparso sulla rivista «Arte dossier» n. 243 (aprile 2008, pp. 32-37), che reputo essere molto interessante e che riguarda la figura della strega rinascimentale – in particolare dei suoi utensili – vista attraverso l’arte figurativa dell’epoca.

Il kit delle streghe

Tratto da «Arte dossier» n. 243, aprile 2008, pp. 32-37.

[…] vale la pena riflettere su certi oggetti di uso comune non classici o classicheggianti, come nel caso degli utensili domestici utilizzati dalle streghe.  […] L’oggettistica legata alla storia della stregoneria è testimoniata, ab antiquo, da fonti letterarie, cronachistiche, archivistiche, figurative e, naturalmente, dall’immaginario popolare. L’elenco di questi strumenti è comunque circoscritto, anche se esistono varianti relative alle forme, ma non alle funzioni. Bossoli, barattoli, vaselli, albarelli, ampolle, bastoni o scope, bambole in cera, candele, ossa, libri (anche se raramente) e, soprattutto, dal Seicento, specchi – come testimonia il dipinto

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Il mio intervento di oggi alla presentazione del nuovo numero della Rivista Marx XXI – Sala consiliare del Comune di Bari.

Dei tempi drammatici che, come un magma mefitico, ci circondano, non è mia intenzione fare analisi sociologiche, politiche o antropologiche, bensì cercare di delineare come la cultura, nel senso più ampio del termine, stia attraversando una fase critica, l’involuzione sembra essere parametro centrale della presente società. Quale dovrebbe essere il ruolo dell’intellettuale oggi? Come dovrebbe porsi nei confronti di una società che snerva la cultura del suo asse portante, quello che si regge su due parametri essenziali come coscienza critica e memoria storica? Forse la risposta, rammentando alcuni assunti gramsciani, sta nella “nuova” organicità che l’intellettuale dovrebbe attuare, un’organicità che non si regga solamente sul numero di libri letti adusi a interpretare la società, ma sia incentrata su un’empatica sensibilità che porti l’uomo a chiedersi chi ha di fronte, quale tipo di cuore e mente ha il suo simile.

Nel suo non essere mai comunista e ambiguamente anti-fascista, Benedetto Croce affermò che solo la cultura avrebbe potuto essere arma contro il regime. Oggi, che fare? Ecco, forse è proprio “fare” il verbo principe che dovrebbe regnar sovrano nel modus operandi del cittadino e in particolare dell’intellettuale, al fine di tirar fuori dall’intimo dei giovani quell’assopita curiosità che i mass media hanno inquietantemente messo a tacere al fine di catapultarli in uno stato di perenne e preoccupante sonnambulismo.
Rattrista prender atto che fenomeni quali il calcio, le manifestazioni religiose, e altro, smuovono masse e semplici presentazioni di libri faccian constatare un assordante silenzio; mi viene da pensare che a far paura è il concetto stesso di attività. Essere “attivi” incute timore.
L’intellettuale deve esporsi, sporcarsi le mani e prendere posizione schierandosi apertamente, non temere la solitudine e non pensare al proprio orticello, al proprio guicciardiniano “particulare”. Credo che solamente nel momento in cui ci si renderà conto che davvero una penna o una parola possan raggiungere l’avversario in modo più pungente di un’arma, ecco, solamente allora la cultura avrà lo spazio che merita e potrà ricoprire il “sacro” ruolo che le spetta.
Solo allora l’intellettuale (parola che fa paura e che è diventata, tristemente, sinonimo di pesantezza) potrà essere riconosciuto del suo ruolo e non visto come alieno o come forza “altra” perché lontana dalla vigente forma mentis della collettività imbambolata. Oggi, quella sana “leggerezza” di cui parlava Calvino è usata come alibi per attuare una preoccupante superficialità, allarmante ancor più se usata come arma contro la presunta “pesantezza” del sapere. Aprire gli occhi è doloroso, non vi è dubbio. Ecco che l’intellettuale deve dunque farsi portavoce di questo atto di coraggio. Chiudo citando Yunus Emre, poeta turco nato nel 1200: “Chi non ci conosce cosa vuoi che sappia di noi, a chi sa vada il nostro saluto”.

Quattro chiacchiere con Daniela Di Sora sulla collana Sírin della Voland

VITA DA EDITOR

logo Voland

Dopo essere stato conquistato da Fisica della malinconia del bulgaro Georgi Gospodinov, ho avvertito l’esigenza di approfondire la conoscenza della collana Sírin della casa editrice Voland, diretta da Daniela Di Sora, le cui pregevoli pubblicazioni offrono una selezione della letteratura slava moderna e contemporanea.
Ho dunque letto Istemi di Aleksej Nikitin (traduzione di Laura Pagliara) e La cangura di Juz Aleškovskij (a cura di Emanuela Bonacorsi). Il romanzo del giovane ucraino Nikitin si caratterizza per uno stile conciso, a tratti cupo, a tratti ironico; la narrazione si sviluppa seguendo due piani temporali: 1983/4, in cui il protagonista è un ragazzo che finisce con i suoi amici sotto il mirino del Kgb a causa di un gioco di ruolo fantapolitico; 2004, in cui improvvisamente riaffiora il passato.
La cangura di Juz Aleškovskij racchiude l’omonimo romanzo e il racconto lungo Nikolai Nikolaevič: il donatore di sperma

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