Bombardava i momenti di fenicotteri rosa. Stemperava con marmo tattile i segmenti della mia anima. La scultura medicea prendeva vita in un accorparsi di piccole schegge reali e lapilli ardenti di vita sognata. Indossava tumefatti indumenti al sapore cannibale di un’estasi….no, qui non è delirio giocato o urlato sulla quarta corda di un violoncello-corpo ardente, ma così bisognoso di cure, come bimba abbandonata. Chissà se poi avrebbe deciso per la cremazione un bel giorno di primavera, quei giorni pieni di svolazzanti fiorellini che accompagnano l’aria in un alveare di sentimenti, sanciti a malapena dalla vita vissuta.

O forse d’autunno, quando l’ocra-giallo-rosso delle foglie larghe, mani vegetali che accarezzano l’aorta sensibile, avvolgono – nel loro essere infinitamente piccole ma pianistiche – quella proiezione lucidata di se stessa, donna in divenire nel mondo in sfacelo. Eppure quelle piccole mani che così perfettamente si nascondevano tra i miei arti…no, non erano arti…spire laocoontiche forse, gommosa liquirizia avvolgente.

Che tu sia maledetta, benedetto iddio dei cieli! Sarebbe stato comodo pascersi nell’avvinghiamento esasperante di un corpo che perde liquidi, pelle morta, incastri furbeschi al sapore orale di “sei tu quella…blablabla”…e pure se fosse? Ma davvero l’illusione tattile e spirituale, empatica valigia dei sogni di un viaggiatore in congedo, può smembrare – anche di sfuggita, solo occasionalmente per uno sfiorarsi delle menti – ergersi a scelta duratura, perenne vita in cancrena vittima di un’ideale scultoreo, una venere sinfonica in bianco maggiore, verde nei momenti dell’ardore, azzurrino opaca in quelli della rivolta?

Donna in rivolta, donna in amore….donna di sacre spiagge, donna bambina senza padre da elogiare, donna mestruata senza madre chioccia ardente di calore, e poi donna-amante e donna-amata…piscio caldo e saliva di fumo, donna sorella, donna mostro, donna musa, donna muta, donna denutrita…madre dei figli non nati….donna senza seni da succhiare, ma poi donna carne che mangia altra carne….donna mia che sei sull’asfalto, a soffiare sul fuoco di un pompino a pagamento, impagliata ed esile, seno gonfio di pianto, natiche lisce come l’unto pre-orgasmo.

Non preoccuparti, stai serena…tu non mi servi a niente, sei solo un totem che utilizzo per stuzzicare i miei demoni del meriggio…anzi, a dirla tutta mi fai pena….sei imbalsamata nel tuo ruolo sociale, che s’esalta d’arrivismo….dove il boccale è d’oro massiccio ma il suo contenuto è puro vomito, sozza putrefazione di larve. La differenza è che io sono un uomo libero, nel bene e nel male, sputo sangue per scrostarmi dalla faccia le maschere-carne che avvinghiano l’esistenza….tu invece in un frenetico e mediocre kabuki ne metti una sull’altra di quelle maschere, in un gioco d’annientamento totale del tuo io….che prima o poi non riconoscerai più, perso nel magma della recitazione, nel defluire denso di una tragicommedia che, prima o poi, si concluderà malamente con il vaso di Pandora esploso e le lacrime che sgorgheranno sino alla tua fine corporea. Perché non sapere ciò che si vuole è una colpa, un atto vandalico verso i propri simili, una coltellata infetta nel costato santificato dei tuoi amanti, lustrini lesi dal tuo fascino fine a se stesso.

Non preoccuparti, non mi riferisco a te che leggi….tu sei al di fuori di questa sostanza malefica che permea l’ellisse della creazione, sarai anche ipocrita…ma devi sopravvivere, è difficile essere se stessi. Si soffre molto ma io ho deciso di essere me stesso….sicuramente vivi meglio di me con i tuoi drink, le tue serate, la tua apparenza, sfavillante deserto esteriore che s’oppone al malato istinto interiore che mai dovrà fuoriuscire….meglio coprirlo ben bene con abiti firmati…meglio farsi accettare sempre e non respingere.

Non ho ancora finito….ma ora mi spetta una pausa, per qualche istante trattengo il respiro, i rari momenti d’apnea sono l’unico balsamo gentile che mi allieta il vivere comune.

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2 pensieri su “La furia che m’ispiri…

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