Eppure, ancora….

Eppure, ancora poche cose mi renderebbero felice. Qualche risata sul sedile di una macchina accanto a splendidi occhi scuri, emozioni senza la traiettoria infinita del ” e domani che si fa”…qualche sano bicchiere di vino parlando di vita, una carezza sulle gote vissute o sul collo esile e morbido di chiara pelle che non sa quel che vuole.

Mi basterebbe alzarmi un mattino, con le lacrime ormai esaurite ma spettrali e opache, e innalzare un nome, urlarlo forte al cielo come si urla la vittoria in una gara, qualche sbadiglio innocente, un bacio volante e la giornata prende piede. Poi tornare a casa, trovare tua madre ancora in forma, senza le rughe del divenire, senza la mente appassire.

Baciare, baciare…si dovrebbe dare più peso a quest’azione….non usarla per capire ma iniziarla quando si è già capito. E poi osare, non temere i sortilegi dell’incastro apparentemente malsano, inconsciamente ideale ma razionalmente inquietante…che connota di paure mefistofeliche l’azione primitiva del sorriso, del contatto…il gusto tenue ma pungente di attimi che passano e parole che s’incontrano.

Invece è solo disperazione, morte per solitudine, tassello che non s’incastra in nessun mosaico perché troppo spigoloso…dunque resta lì, solo, prosciugato dal di dentro, con sulle labbra quel sapore di morbida essenza assorbita sul sedile di un’auto…eppure quanto si potrebbe amare in realtà…quanta storia potremmo fare assieme, naviganti poliglotti di inesplorate terre…quanti viaggi sulle ali rigide di secolari vetture…un po’ come un tempo…con l’incoscienza bambina e il sapere ammaccato…compensazioni meccaniche di carne e sangue.

Non preoccuparti, quel sapore di morbide labbra lo porterò sempre con me, in eterno…nel posto più caldo della mia incoerenza, negli occhi chiusi che mi hai chiesto di tenere…perché la prima – e ahimè ultima – volta dev’essere importante.

Sfioriscono questi attimi, vivono in me odori eterni di manifestazioni umane.

La furia che m’ispiri…

Bombardava i momenti di fenicotteri rosa. Stemperava con marmo tattile i segmenti della mia anima. La scultura medicea prendeva vita in un accorparsi di piccole schegge reali e lapilli ardenti di vita sognata. Indossava tumefatti indumenti al sapore cannibale di un’estasi….no, qui non è delirio giocato o urlato sulla quarta corda di un violoncello-corpo ardente, ma così bisognoso di cure, come bimba abbandonata. Chissà se poi avrebbe deciso per la cremazione un bel giorno di primavera, quei giorni pieni di svolazzanti fiorellini che accompagnano l’aria in un alveare di sentimenti, sanciti a malapena dalla vita vissuta.

O forse d’autunno, quando l’ocra-giallo-rosso delle foglie larghe, mani vegetali che accarezzano l’aorta sensibile, avvolgono – nel loro essere infinitamente piccole ma pianistiche – quella proiezione lucidata di se stessa, donna in divenire nel mondo in sfacelo. Eppure quelle piccole mani che così perfettamente si nascondevano tra i miei arti…no, non erano arti…spire laocoontiche forse, gommosa liquirizia avvolgente.

Che tu sia maledetta, benedetto iddio dei cieli! Sarebbe stato comodo pascersi nell’avvinghiamento esasperante di un corpo che perde liquidi, pelle morta, incastri furbeschi al sapore orale di “sei tu quella…blablabla”…e pure se fosse? Ma davvero l’illusione tattile e spirituale, empatica valigia dei sogni di un viaggiatore in congedo, può smembrare – anche di sfuggita, solo occasionalmente per uno sfiorarsi delle menti – ergersi a scelta duratura, perenne vita in cancrena vittima di un’ideale scultoreo, una venere sinfonica in bianco maggiore, verde nei momenti dell’ardore, azzurrino opaca in quelli della rivolta?

Donna in rivolta, donna in amore….donna di sacre spiagge, donna bambina senza padre da elogiare, donna mestruata senza madre chioccia ardente di calore, e poi donna-amante e donna-amata…piscio caldo e saliva di fumo, donna sorella, donna mostro, donna musa, donna muta, donna denutrita…madre dei figli non nati….donna senza seni da succhiare, ma poi donna carne che mangia altra carne….donna mia che sei sull’asfalto, a soffiare sul fuoco di un pompino a pagamento, impagliata ed esile, seno gonfio di pianto, natiche lisce come l’unto pre-orgasmo.

Non preoccuparti, stai serena…tu non mi servi a niente, sei solo un totem che utilizzo per stuzzicare i miei demoni del meriggio…anzi, a dirla tutta mi fai pena….sei imbalsamata nel tuo ruolo sociale, che s’esalta d’arrivismo….dove il boccale è d’oro massiccio ma il suo contenuto è puro vomito, sozza putrefazione di larve. La differenza è che io sono un uomo libero, nel bene e nel male, sputo sangue per scrostarmi dalla faccia le maschere-carne che avvinghiano l’esistenza….tu invece in un frenetico e mediocre kabuki ne metti una sull’altra di quelle maschere, in un gioco d’annientamento totale del tuo io….che prima o poi non riconoscerai più, perso nel magma della recitazione, nel defluire denso di una tragicommedia che, prima o poi, si concluderà malamente con il vaso di Pandora esploso e le lacrime che sgorgheranno sino alla tua fine corporea. Perché non sapere ciò che si vuole è una colpa, un atto vandalico verso i propri simili, una coltellata infetta nel costato santificato dei tuoi amanti, lustrini lesi dal tuo fascino fine a se stesso.

Non preoccuparti, non mi riferisco a te che leggi….tu sei al di fuori di questa sostanza malefica che permea l’ellisse della creazione, sarai anche ipocrita…ma devi sopravvivere, è difficile essere se stessi. Si soffre molto ma io ho deciso di essere me stesso….sicuramente vivi meglio di me con i tuoi drink, le tue serate, la tua apparenza, sfavillante deserto esteriore che s’oppone al malato istinto interiore che mai dovrà fuoriuscire….meglio coprirlo ben bene con abiti firmati…meglio farsi accettare sempre e non respingere.

Non ho ancora finito….ma ora mi spetta una pausa, per qualche istante trattengo il respiro, i rari momenti d’apnea sono l’unico balsamo gentile che mi allieta il vivere comune.

RACCONTI SENSAZIONALI di Edgar Allan Poe, recensione – About short stories

VITA DA EDITOR

Edgar_Allan_Poe_portraitEdgar Allan Poe, maestro del mistero e delle short stories

La Marsilio propone una nuova selezione di racconti di Edgar Allan Poe, curata e tradotta da Carlo Martinez, con testo a fronte: Racconti sensazionali – aggettivo che viene attribuito ai testi «non solo per il loro carattere straordinario, eccezionale, ma anche per l’enfasi che essi pongono sulle sensazioni provate dai personaggi e suscitate nei lettori». L’Introduzione del professor Martinez (cui si deve anche il ricco apparato di note), oltre che dar conto del titolo, si sofferma sul difficile rapporto di Poe con la critica statunitense, sul suo tentativo di «trasfondere i principi che governano il mercato nelle regole dell’arte stessa», sulla «fascinazione per la violenza, […] le ossessioni della psiche» e altri tòpoi dell’autore, anche in relazione al dibattito sociale dell’epoca.

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Nomen Omen

Quattro lettere di furia compongono lo schiaffo secco schioccante che la mia anima riceve. Solo quattro, un numero esiguo direte voi, invece nelle quattro componenti, le due vocali sono amanti antipodi…le due consonanti carnali bestie in calore.

E se l’apertura iniziale si snocciola e prosegue con una lingua che il palato non contiene, poi la durezza germanica al terzo tassello prepara un’apertura finale di fragrante e vergine libertà. Non proferirò passo o nome, lettera o suono, fonema …disegno primitivo di bizzarre lettere accostate, scellerati suoni associativi di lacrime che cadono, magari sul bel ventre marmoreo ammorbidito che tanto solletica la maschia fantasia procreatrice.

Eppure la bocca mia non riesce, intollerante mela marcia dell’umanità, a eliminare quel suono di sinistra innocenza selvaggia, quelle quattro derive sceniche di insopportabile bellezza. Insopportabile miscuglio di ostia sconsacrata e vino scaduto, piccoli arti che disegnano nell’aria ghirigori di classe e fantasmi giocondi…come è bello disegnare – con lo smalto della grandezza – il contorno perfetto che va riempito con la vita…con il sussurro ancora tiepido di parole che fan paura, carezze mai spente sulle linee del viso che richiede, pretende, impone mani infinite e morbide che tocchino gli anfratti più nascosti di un segreto che non si svela.

Non dirò mai quel nome….ma giocherò sempre, prima di adagiare le palpebre sulle pupille vampire, con quelle quattro lettere….quell’apertura edenica, quella lingua satanica, quel granito dentale, quella chiusa di libertà.

Urlerò alle assolate notti, ai notturni meriggi, quando il dio Pan si diverte a giocare con lo stupro…ancora e ancora….quelle sacre lettere infuocate, colori torbidi di adagi adolescenti…..ancora, ancora….ecco…sì, sento ora un’eco lontana….una risposta divina di proiezione gagliarda, umorale, sepolcrale….una maschera che cade, era creta e fa rumore, ma ecco…quelle cicatrici innocenti si lascian davvero adorare.

Vivi e lascia….

Vivi e lascia vivere, sostiene cortesemente il popolo. Quello del masaic’èdelbuonointutti. Come posso vivere e lasciar vivere se la vita altrui mi lede l’anima, mi toglie il fiato e colpisce a stilettate di cemento armato dritto nel sangue…questo corpo ormai devoto al tedio di un’attesa.

Vivi e lascia vivere, certo mi si dirà, ognuno ha diritto a sfruttare quel po’ d’ossigeno che regala il mondo senza pagar tassa alcuna. Io muoio e lascio morire, piuttosto…senza pietà né colluttazione con l’ego del mio (dis)simile, quello becero del buon aspetto, della mente sgombra da inutili escrescenze di sapere….sapere che senza moglie, senza madre….si tramuta e sconvolge il feto in attimi di pentimento…

meglio vedere dei tacchi girare, dei capelli ondeggiare, sperando che vengan a decorare il tuo sfatto letto senza mano materna, quello del sudore febbrile che partorisce danzanti pensieri di vecchie nenie notturne…quegli occhi verdi – crepuscolari di pianta – osceni quanto basta per delineare l’innocenza di un’empatia che si colma da sé…quella danza dei passi che – tra il ribelle e il bambin giocoso – calpestano i granelli polverosi, invisibili elementi di polline di smog…mentre quel vento sottile (a suo modo anarchico) schiaffeggia di sano piacere una chioma di sacro fieno d’ottobre, che a modo suo si pavoneggia nel dolore…di dolore a parte…incubato nel medesimo istante di un alito d’intesa.

Quella recita che è mestiere…quella vita che è saper vivere come mestiere di fabbro che modella l’immodelabile sussulto del privato, quella donna piangente che sente…ora, in quest’alba del sud, la pioggia a lacrimare sul marmo della vita, striato di sperma matto e di baci bacianti cannibali e sozzi, sputati nei denti…colati dalla saliva che cade da bocca a bocca….da poro a poro…mentre gli umori-amori inghiottono per sempre quell’esempio calzante di vita…fa nulla che si crepa, si partorisce il guscio ma il frutto è morto…chi vorrà cogliere coglierà…gli stolti andran via senza chiedere scusa, badando solo al sonno egoista che abbassa le palpebre (quelle stesse sigillate con le viti al gusto ruggine)…e lei resterà, madre che poteva…donna che potrà, nutrire di sano vigore il suo colore preferito…quello che risponde al vincolo del sussurro…sul seno gentile…quello che risponde con poche sillabe dissociate-bambine….i bambini non si toccano…i bambini si abbracciano.

C’è un po’ di te e un po’ di me nel cruciverba di quest’ora, senza caselle nere…di quelli per eletti…virgole e parentesi non ci nutron più, ora servon corsivi di fuoco sulla pergamena del nostro tempo.

E io ora sì…sì che vivo e lascio vivere….ma se muore la madre io muoio e lascio morire…in eterno…