Il ventennio fascista fu artefice di una vera e propria dicotomia riguardo il rapporto che, con esso, instaurò la fascia degli intellettuali operanti all’epoca. Non è questo il luogo aduso a una destrutturazione della concezione gramsciana di intellettuale organico o meno al partito, mi prefiggo solo di analizzare quelle che sono state le reazioni di determinate personalità di fronte all’avvento del fascismo e della sua concezione di società.

Giovanni Gentile e Benedetto Croce salutarono il movimento in maniera differente. Ora, il fascismo incarnato nella concezione di “parentesi necessaria”, e dunque di male dovuto alla società, ma al contempo necessario al post-risorgimento della stessa, era concezione che il buon Croce fece sua per quanto, egli stesso, teorico di quel manifesto degli intellettuali anti-fascisti che si opponeva a quello di Gentile che, al contrario, si orientava in tutt’altra direzione.

Eppure, a scanso di equivoci e per addentrarci nel tema di questo scritto, fu lo stesso Croce che chiosò l’enunciato secondo il quale solo la cultura, quella con la c maiuscola, poteva essere unico e solo antidoto contro il male incarnato dal fascismo. Non dunque un’opposizione politica, non una rivoluzione popolare né tantomeno un colpo di stato dall’alto che accogliesse i favori della popolazione, ma bensì un’opposizione di carattere culturale. La cultura dunque, personificazione di arma affilata estremamente adatta a scalfire il movimento, ad estrarre il germe malvagio dal corpo del movimento fascista.

Detto ciò, cercando di tener ben presente quest’assunto crociano, cerchiamo di inoltrarci in un discorso che tutt’oggi si colloca al centro della discussione politica e sociale, ossia il perché la cultura fa paura al potere, perché le menti pensanti vengono etichettate come arroganti, elitarie, snob, per il semplice fatto di essere lucide e vigili nel denunciare fatti e misfatti di quel che gravita loro intorno, il perché si è giunti al paradosso che vede un laureato dover quasi vergognarsi di aver raggiunto quel risultato inteso come titolo di studio.

Fa rabbia vedere come molta gente ancora creda romanticamente che il problema sia situato nella personalità del politico di turno che muove i fili del governo, quando invece – a un più attento esame di natura, oserei dire, antropologico-sociologica – il problema è insito nel popolo stesso che ha la coscienza addormentata e che preferisce la partita di calcio a un buon libro.

Non si può pensare dunque che il politico sia un’entità che provenga da un altro universo, è un essere umano anch’esso, credere che sia risolutore dei problemi solo per la posizione che occupa è errato, soprattutto se il popolo continua a mantenere una mediocre forma mentis concentrata sul proprio guicciardiniano “particulare”.

Ma la cultura, non certo intesa come quantità di libri letti ma come svilupparsi spontaneo della pianta rappresentante la coscienza critica (e la memoria storica) di un individuo, non fa paura solo al potere. Rende non equilibrato anche lo stato dell’uomo medio che ad essa si rapporta. Se il potere non tollera le menti pensanti in quanto capaci di girare carte che vorrebbero restar coperte, anche il popolo non le tollera in quanto la mente pensante estrapola gli individui dallo stato di torpore che li attanaglia e che, in qualche modo, li rende comodamente irresponsabili di fronte a ciò che avviene loro attorno.

“Che fare”? direbbe il buon Lenin. Perché una mente pensante, una mente capace di guardare oltre il proprio naso e capace di attuare una destrutturazione creativa dei processi sociali, deve essere etichettata come “pessimista” (quando neanche il caro Leopardi lo era), o peggio ancora come elitaria, snob, arrogante, presuntuosa, o più volgarmente “pesante”? La verità fa male.

L’atteggiamento del popolo e dei politici verso gli intellettuali (chiamiamo così le menti pensanti, per pura comodità classificatoria) è molto simile. A entrambi, e per differenti ma forse inconsciamente simili motivi, fa paura il realismo della mente pensante, la verità dell’intellettuale, l’analisi della coscienza critica.

Da qui la solitudine dell’intellettuale che vive una condizione di frustrazione, figlia del non riconoscimento delle proprie potenzialità, e di malessere, in quanto – pur sentendosi portatore di una lucida analisi dei processi sociali – non è riconosciuto come tale, anzi come soggetto da evitare perché rotella disturbatrice all’interno del fordiano ingranaggio di lobotomizzazione in atto.

Il dibattito è aperto, non resta altro da chiosare.

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