La notte del 24 maggio 1943 la casa era buia come l’ombra dei cipressi sulle lapidi.

Irina vide i vetri delle finestre appannati e ascoltò gli echi dei bombardamenti che supplicavano la pace perpetua. Non si rese conto della solitudine che divorava gli oggetti e i muri di quella casa, sfollata dei suoi abitanti ora giacenti in una pozza di sangue rappreso.

Vedeva solo bagliori in lontananza, tramite i vetri di quell’unica finestra bagnata di pioggia e lugubre d’aspetto. Irina poggiò la fronte sulla finestra e un alone si impresse sul vetro come una medusa deforme.

I muri tremavano come le mani, il freddo accarezzava le ossa e sussurrava parole spettrali alle orecchie, le mani si univano per fingere una preghiera al dio dell’assurdo. Poi solo il fumo aveva una ragion d’essere, il fumo delle strade, il grigio delle vie martirizzate, giacigli infernali sui quali far riposare le membra dilaniate dagli scoppi.

Non c’era realizzazione della realtà, tutto era sospeso in sfaccettature oniriche di disegno incompiuto, fantasmi del presente che si mescolavano al pensiero della perdita, delle morti atroci che inzuppavano le vie. La storia vuole i morti, pensò Irina, ma io cosa voglio?

La natura morta nella quale era immersa si tingeva d’assurdo e le stoviglie tintinnavano come campane maledette ad ogni scoppio vibrante, teso, marcio come il dissolversi dei corpi, secco come i muri crollati.

Passarono svariate ore da sessantuno minuti l’una, il tempo giocava con se stesso e con la storia. Fu allora che sentì. Irina sentì bussare alla porta vigorosamente, è una mano maschile pensò, le donne bussano delicatamente con le nocche quasi come l’upupa picchietta i tronchi, ma quello era un bussare di guerra, un tocco maschio di pretesa, staccò mani e fronte dal vetro della finestra e aprì.

Fu allora che lo vide distintamente, vide gli stivali, l’uniforme, l’arma, gli occhi neri, il cappello grigio. Fece qualche passo indietro, lui entrò e non disse una parola, si richiuse solo la porta alle spalle, si diresse alla finestra e poggiò la sua fronte nello stesso punto in cui Irina aveva appoggiato la sua.

Un altro punto di vista sulla morte, la finestra ormai era il divisorio materiale ed esistenziale di una coscienza impaurita dalla dipartita, mero barlume di speranza, filtro sporco di un dolore a caso.

Una sedia cigolante reggeva ora il peso della donna, scricchiolava il legno come il cuore, dunque lui si girò e non disse nulla, il silenzio l’accompagnava, la guardò ma non negli occhi, guardò le sue guance, si avvicinò e pose il dorso della mano destra sulla guancia sinistra di lei e seguì con l’indice il perimetro del disegno che formavano le sue lentiggini, chiare come la speranza di vivere, impaurite col resto del corpo tremante.

Irina non si scostò, bagnò soltanto con acqua salata partorita dagli occhi quella mano che aveva ucciso donne e bambini, innocenti e animali. Lui staccò il suo dito dalla guancia sinistra e passò alla destra, lì le lentiggini erano più rade, meno fitte, erano puntini di sospensione color magenta tra la vita e la morte, non colarono lacrime questa volta, solo la mascella di Irina si indurì e scattò, la mano dell’uomo fu morsa con violenza, il sangue copiosamente colò dal suo dito e sporcò il volto di Irina, quel sangue maledetto, disumano, liquido mefitico di una storia incerta.

Non ci furono suoni, nessuno parlò mai in quella notte del 24 maggio 1943, non servivano parole, serviva solo il sangue dell’innocenza e quello del carnefice, l’uomo andò via e questa volta dietro di sé lasciò la vita.

Irina corse in bagno e si guardò allo specchio, il sangue dell’uomo sul suo volto copriva le lentiggini ma non completamente, non si lavò la faccia, con il dito prese a spalmarsi il sangue sul volto e a creare strani arabeschi tra una lentiggine e l’altra, poi rise fragorosamente e pensò che dopo tutto anche questo è vivere, vivere senza paura, respirare ancora l’odore del fuoco nel camino, avvicinarsi ancora alla finestra e guardare i bagliori e la pioggia, ascoltare le bombe, pensare alla solitudine estrema di un parto.

Fu dopo pochi minuti che Irina cadde a terra, il volto ancora pieno di sangue, e allora urlò come mai era successo in vita sua, ma non di dolore, urlò di vita, urlò per la vita che nasceva… il pianto di un neonato sovrastava il boato dell’esterno, il sangue della vita coprì quello della morte. Si mescolarono i liquidi della pietà e della crudeltà. Irina guardò il viso di sua figlia piangente, anche lei aveva piccole lentiggini sul naso ancora informe, dopo tutto – si disse – anche questa è una bella vita.

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