C’era una volta un bimbo, si chiamava Sozzo…non perché fosse sporco, semplicemente sua madre era convinta che un nome così originale fosse caratteristico per un bambino (futuro uomo) con i capelli rossi, le lentiggini e gli occhi marroni. Sozzo cresceva sano, mangiava tutto, fu investito da un treno ma si ruppe il treno (no, Sozzo non era un bambino d’acciaio, Sozzo aveva l’animo d’amianto), a volte – quando il tempo lo permetteva – gli piaceva giocare con le teste dei pesci che sua madre buttava quando preparava la frittura. Sozzo prendeva le teste e ne faceva una collana puzzolente che indossava con vanità per le vie assolate della città. Suo padre lavorava come operaio nell’azienda manifatturiera del paese, fumava come un turco e beveva parecchie birre al giorno, Sozzo invece no…era un bambino lindo e pinto, scorreggiava parecchio, aveva aria nella pancia per via delle numerose fragole che consumava, andava matto Sozzo per le fragole selvatiche, le rubava e le inghiottiva sozze sul momento. Un giorno d’autunno Sozzo era solo in casa, i suoi genitori andaron per campi a decapitare le lepri, si alzò e si guardò allo specchio, si contò le lentiggini sul naso, erano trentadue…come gli anni di quando sarebbe morto. Sozzo prese un coltello e, quando si rese conto che le sue orecchie eran troppo grandi, se le tranciò di netto…rise molto mentre il sangue schizzava sui muri morti del bagno sozzo di casa Sozzo…rise e andò pei campi a raccoglier lucertole per farne bracciali da regalare alla sua sposa.

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