FAME (racconto)

Estraendo la spina dal dito medio un’acquosa goccia di sangue cadde sulla tovaglia bianca. Con l’indice asciugò la goccia sulla tovaglia, con l’anulare e col pollice sfregò nervosamente una mollica che stazionava accanto alla macchia rosso chiaro sul bianco immacolato. Con il mignolo si stuzzicò i baffi che gli prudevano, perché arrivavano a provocargli il labbro superiore cicatrizzato e lievemente gonfio sul lato sinistro interno.

Osservò prima il dito medio con una punta rossa che, ancora fresca, attirava la sua attenzione. Poi spostò lo sguardo sulla tovaglia e si rese conto di come il rosso, filtrato dal cotone bianco, assumeva sfumature più chiare che sfociavano nel rosa, nel colore dell’epidermide.

Si spostò sulla poltrona di pelle nera.

Erano giorni che non mangiava, la stanchezza era troppa, anche uscire per andare a far la spesa sembrava una vera e propria prova di forza, la pigrizia immergeva la sua mente e il suo corpo in calde spire di beatitudine.

La debolezza delle sue membra, derivante dall’assenza di cibo, si faceva sentire ora più nettamente, lo stomaco era una caverna vuota dove l’eco del digiuno urlava il poema della solitudine.

Si alzò dalla poltrona con grande sforzo e si avvicinò alle tende chiuse che proteggevano le finestre, fortunatamente pioveva e il cielo era grigio come i ratti delle fogne, il sole era un ricordo di tempi lontani. Qualche tuono, saltuariamente, fungeva da colonna sonora al quadro espressionista della sua esistenza in bianco e nero.

Non si avvide di una falena che, impazzita, urtava il lume che sprigionava una fioca luce all’interno della sala, non si accorse della caduta dell’insetto, bruciato dal calore della lampada.

Doveva mettere qualcosa nello stomaco, qualcosa di sostanzioso, non poteva saziarsi con del pane raffermo e della frutta vecchia di giorni, non ne aveva voglia. Pensò ai tempi andati quando la crisi era solo un’utopia dell’esistenza, quando ogni giorno si nutriva abbondantemente, quando la società lo saziava e lui, giullare incontestabile, esaltava le sue doti alle belle di turno, facendo impallidire di gelosia gli altri uomini, schiacciati dal peso enorme del suo ego e del suo istrionismo, seppur mal temperato.

Erano finiti quei tempi, ora la fame mordeva i muscoli del tempio organico del suo corpo e del suo spirito, la cassa toracica era una bara di legno marcio, tarlato, secco come i rami degli alberi sotto il sole.

Chiamare un amico e farsi portare del cibo? Ma no, quali amici ormai ornavano la sua esistenza, la solitudine era regina incontrastata della sua vita, solitudine donna, solitudine amante divoratrice delle sue tediose giornate in poltrona, il buio compagno di giochi, i pensieri trottole impazzite che urtavano i bordi della calotta cranica.

Si avvicinò di nuovo al tavolo, vide la piccola chiazza rosa sulla tovaglia bianca, vide la piccola spina estratta dal suo dito che moriva a pochi centimetri da essa, osservò il suo dito, la ferita non si era rimarginata del tutto, sangue fresco ancora ornava il dito medio.

Fame. Aveva fame e non aveva cibo. Non aveva la forza per uscire e procurarselo. Fu un attimo, i canini guizzarono come scintille bianche elettriche e lacerarono la carne del dito medio, la bocca gustava le falangi con ardore immenso, estremo, il sangue decorava con i suoi fiotti la tovaglia, regolari fuoriuscite di liquido rosso truccavano le labbra.

La fame si calmò, mangiò se stesso fino al polso, utilizzò la tovaglia per tamponare il moncherino sanguinante, raggiunse la poltrona e sedette su essa.

Tra poco lo avrebbe atteso il sonno, il sole era vicino.