Sbranando a morsi la vita sempre, ancora, mi lecco le dita. Mi lecco le dita costante coriaceo come solo un muschio attaccato al tronco di un faggio. Qualche goccia di pioggia (si dice che domani pioggia bagnerà le strade di questa città) sazia l’aria di bagnati balsami balneari.

Se morte è paura d’essa o amore verso essa è tutto un dire, un fare, un inalare vita. C’è chi dice che pensare alla morte è perdita di tempo, chi sostiene che ogni giorno vada vissuto come fosse l’ultimo, chi ci pensa costantemente e rifiuta l’idea di non esserci più.

Sbranando a morsi la vita mi lecco le dita, mi torco un capello, mi raschio una guancia, storco una pupilla cadenzata al torpore di una piazza, lecco gelati, fumo in silenzio, calo gocce nel bicchiere plastificato del nulla, propongo un affare, ricordo un film.

Godo al pensiero che il godimento mi fa pensare, presagire attimi infiniti di un futuro che s’allontana, rose rosse che in amore non si usano più, circhi di città in Francia da cui fuggono nani rumeni che ora barcollano sotto effetti alcolici per il centro della città. sprigionando odori non felici, sfotticchiando ragazzine già sode nel corpo maturo.

Non montatevi la testa, scrivo queste righe solo ed esclusivamente (e lungi da me vergogna provare) perché la sigaretta non si degna di finire, si erge maestosa nel fumo dissacrante della mia camera al lume lustro del presiedere accanito delle mie dita sui tasti oliosi e impolverati.

Si dice ci sia un ragazzo nuovo in città che ama una donna che ancora non ha visto, un bianconero di sotterfugi perenni e perennemente assenti nel cuore dell’umore, dell’amore che forse è solo utopia umana, svilente parola che vorrebbe definire ciò che definibile non è, cinicamente credo non esista.

Sbranando a morsi la vita…oh scusate…è finita la sigaretta, non ho più diritto di continuare, passo e chiudo dal carcere invisibile dell’anima. Ogni tanto alzatevi e date un bacio a qualcuno, anche uno sconosciuto, addolcite le guance dell’essere umano, guance cristologiche di passati dolori, barbe incolte di mari lontani.

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