Avrei voglia di torta alla marmellata, magari more o mirtilli o moscate noci nocive. Avrei voglia di frutti rossi che ungono labbra come fosse  sangue mestruale appena assaggiato da colei che si ama.

Avrei voglia di agrodolce sulla lingua, non certo pollo peperoni e ananas di ristoranti cinesi cinici copertura di traffico d’aria, copertura di fritti soffritti, di involtini primaverili alghe fritte finte, pollo al bambù che non si fa più, cantonese piselli e dadini di prosciutto allo strutto pennellato sul pollo del grosso midollo che s’eleva al sole della vita.

Avrei voglia di torta alla marmellata di castagne, spalmabile sul pane sacro dell’ubbidienza civile, da inumidirsi le labbra e sentire di diavoli poveri scostumati scostanti di saccente ironia blasfema, tuttologie accademiche da De Sanctis a Croce.

Torta alla marmellata d’arance, all’albicocca della Sacher di un tempo fusa nel cioccolato e dodici uova come soldati al mattino, briciole sulla tovaglia che sono guerrieri all’assalto del pavimento, palme di piedi con briciole incollate, segni sulla pelle pallida polverosa pietrificata pelle sottile umide dell’alluce santo,

caratteristica andante di un delirio che ora vi lascia andare, amici miei, vi libero dal sentito dire di un tipo, vi libero dalla stranezza e dalle bocche umane che sussurrano a orecchie traditrici che ben s’accostano alle bocche…nello sbeffeggiare quel che non si capisce. Orecchie che non sentono gli usignoli, bocche che non assaggiano torte alla marmellata.

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