Franco Percoco, l’uomo che disse basta

da BariSera del 24/9/2012

Interno Notte. Il 27 Maggio del 1956 Franco Percoco si aggirava per casa come un fantasma in cerca della sua dimora interiore, come uno spettro che, in bilico tra vita e morte, auspica il salto della pace da una parte o dall’altra. Siamo a Bari, in via Celentano al civico 12 per la precisione.
Franco Percoco amava il cognac, vide una bottiglia del suddetto e ne vuotò un buon tre quarti, poi vide un coltello, lo afferrò e con esso stuprò una mela leccando il succo agrodolce del frutto dalla stessa lama. Il cognac iniziava il suo effetto e Franco, barcollando come fantoccio futurista invasato da qualche demone, scruta i muri, le cose della propria casa, la semplicità degli oggetti.
Nella stanza da letto i suoi genitori dormono il sonno della (s)ragione, il sonno che neanche lontanamente avvicina al domandarsi se forse il loro figlio Franco sia, in qualche modo, vittima delle loro pressioni psicologiche derivanti dall’aspettarsi sempre il massimo da lui. Certo, con un fratello cleptomane in carcere e un altro con problemi mentali, Franco diventa baluardo assai scalfibile di certi progetti estetici della famiglia Percoco, una famiglia semplice a suo modo.
Franco, ventisei anni e un diploma scientifico, non regge sulla propria schiena forte ma fragile ormai, non regge il peso del ruolo che la sua famiglia gli ha addossato.
Tra i fumi dell’alcool e l’incoscienza sinistra del peccato, Franco Percoco è a un passo dall’ebollizione dell’anima, un piccolo e sottile lembo di lucidità lo separa dall’atto feroce. Quel lembo si squarcia e Franco, automa umano ma lucidamente folle perché esasperato, va in camera da letto dove i suoi hanno le palpebre incollate dal sonno, osserva i dormienti con un coltello in mano e, come primo capitolo di questo iter sanguinolento, affonda la lama nel collo di sua madre che quasi non si accorge di nulla. Il sangue schizza e trucca il viso di suo padre prima che un’altra coltellata, scaturita dal braccio armato di Franco, penetri come burro il cuore di suo padre, tredici coltellate condiranno il tutto per chiudere il lugubre atto, la devozione al sangue. Franco avanzò verso la stanza di suo fratello Giulio, colui che parlava con le piante perché gli uomini non possono capire, e decise che quello sarebbe stato il capolavoro della grandguignolesca nottata, furono trentotto le coltellate che il fratello si beccò, trentotto sputi dall’anima di Franco.
I tre cadaveri giacevano come fantocci inzuppati di sangue nei loro letti, Franco li osservò ancora con la lucida follia dell’atto estremo compiuto con razionalità irrazionale, intriso della catarsi della sopportazione esaurita, il figlio ammazza per liberare il suo spirito da un’oppressione che stava lacerando il tessuto metaforico della sua anima. La stanza degli orrori sta per essere arredata, Franco barrica il cadavere del padre nell’armadio in posa innaturale da manichino sanguinante e scomposto, dà in pasto il cadavere di sua madre al materasso piegato, grande bocca divoratrice di corpi, piazza Giulio a pochi metri da loro, poi blinda la stanza con nastro isolante e spruzza deodorante al ciclamino, perché la morte va resa profumata.
Marcello Introna, autore e sceneggiatore televisivo classe 1977, con questa sua opera prima dal titolo Percoco (pagg.285 – €15), edita da Il Grillo Editore di Bari, compie un’operazione interessante, con un lavoro di scavo tra gli archivi ripesca un fatto di cronaca nera della città di Bari, lo inzuppa nel romanzesco e crea un piacevole (a tratti ruffiano) ibrido narrativo che è appunto romanzo cronachistico o cronaca romanzata che dir si voglia. L’autore narra un avvenimento – la prima strage familiare in terra italiana – che molti baresi probabilmente conoscevano solo per sentito dire o non conoscevano affatto. Non è certo un romanzo giallo questo, al massimo il giallo è quello che permea le avventure reali della famiglia, il giallo non è tanto nell’uccisione quanto nell’alone di mistero che circonda i rapporti familiari della famiglia Percoco che si fanno inquietantemente drammatici nella semplicità quotidiana delle parole, delle umiliazioni, del dialogo spurio, della morte che aleggia ma non trova spiragli finché il coltello di Franco, spada infuocata di biblica memoria, non scardina le anime prima, i corpi dopo, dei suoi familiari. Carnefici dell’anima, questi ultimi, e vittime sacrificali al contempo.
Non voglio narrare di più della storia di Percoco che Introna affronta, toglierei spirito al testo. Un libro che si fa leggere, certo non mancano piccole parentesi di osservazione personale dell’autore che forse stonano un po’ con il contesto, come probabilmente un lavoro di labor limae non avrebbe guastato nella sommatoria del risultato finale, ma scorrono le pagine e questo – al giorno d’oggi – è positivo, visto che siamo in un periodo storico in cui, per paradosso, il numero di coloro che scrivono supera quello di coloro che leggono.
La storia di Franco Percoco è il percorso che dall’umiliazione porta all’atto estremo, l’anima degradata finisce, vampirescamente, per nutrirsi del sangue dei carnefici che l’hanno resa tale e l’amore, le feste, le donne, si godono maggiormente quando nella stanza accanto imputridiscono i corpi dei colpevoli. Il troppo bene affossa in alcuni casi, allora la reazione non è mai misurata. Colpevoli e innocenti, morti e vivi, sono lati della stessa medaglia, quella della vita.

Giuseppe Ceddia

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Non montatevi la testa…

Sbranando a morsi la vita sempre, ancora, mi lecco le dita. Mi lecco le dita costante coriaceo come solo un muschio attaccato al tronco di un faggio. Qualche goccia di pioggia (si dice che domani pioggia bagnerà le strade di questa città) sazia l’aria di bagnati balsami balneari.

Se morte è paura d’essa o amore verso essa è tutto un dire, un fare, un inalare vita. C’è chi dice che pensare alla morte è perdita di tempo, chi sostiene che ogni giorno vada vissuto come fosse l’ultimo, chi ci pensa costantemente e rifiuta l’idea di non esserci più.

Sbranando a morsi la vita mi lecco le dita, mi torco un capello, mi raschio una guancia, storco una pupilla cadenzata al torpore di una piazza, lecco gelati, fumo in silenzio, calo gocce nel bicchiere plastificato del nulla, propongo un affare, ricordo un film.

Godo al pensiero che il godimento mi fa pensare, presagire attimi infiniti di un futuro che s’allontana, rose rosse che in amore non si usano più, circhi di città in Francia da cui fuggono nani rumeni che ora barcollano sotto effetti alcolici per il centro della città. sprigionando odori non felici, sfotticchiando ragazzine già sode nel corpo maturo.

Non montatevi la testa, scrivo queste righe solo ed esclusivamente (e lungi da me vergogna provare) perché la sigaretta non si degna di finire, si erge maestosa nel fumo dissacrante della mia camera al lume lustro del presiedere accanito delle mie dita sui tasti oliosi e impolverati.

Si dice ci sia un ragazzo nuovo in città che ama una donna che ancora non ha visto, un bianconero di sotterfugi perenni e perennemente assenti nel cuore dell’umore, dell’amore che forse è solo utopia umana, svilente parola che vorrebbe definire ciò che definibile non è, cinicamente credo non esista.

Sbranando a morsi la vita…oh scusate…è finita la sigaretta, non ho più diritto di continuare, passo e chiudo dal carcere invisibile dell’anima. Ogni tanto alzatevi e date un bacio a qualcuno, anche uno sconosciuto, addolcite le guance dell’essere umano, guance cristologiche di passati dolori, barbe incolte di mari lontani.

Torta alla marmellata

Avrei voglia di torta alla marmellata, magari more o mirtilli o moscate noci nocive. Avrei voglia di frutti rossi che ungono labbra come fosse  sangue mestruale appena assaggiato da colei che si ama.

Avrei voglia di agrodolce sulla lingua, non certo pollo peperoni e ananas di ristoranti cinesi cinici copertura di traffico d’aria, copertura di fritti soffritti, di involtini primaverili alghe fritte finte, pollo al bambù che non si fa più, cantonese piselli e dadini di prosciutto allo strutto pennellato sul pollo del grosso midollo che s’eleva al sole della vita.

Avrei voglia di torta alla marmellata di castagne, spalmabile sul pane sacro dell’ubbidienza civile, da inumidirsi le labbra e sentire di diavoli poveri scostumati scostanti di saccente ironia blasfema, tuttologie accademiche da De Sanctis a Croce.

Torta alla marmellata d’arance, all’albicocca della Sacher di un tempo fusa nel cioccolato e dodici uova come soldati al mattino, briciole sulla tovaglia che sono guerrieri all’assalto del pavimento, palme di piedi con briciole incollate, segni sulla pelle pallida polverosa pietrificata pelle sottile umide dell’alluce santo,

caratteristica andante di un delirio che ora vi lascia andare, amici miei, vi libero dal sentito dire di un tipo, vi libero dalla stranezza e dalle bocche umane che sussurrano a orecchie traditrici che ben s’accostano alle bocche…nello sbeffeggiare quel che non si capisce. Orecchie che non sentono gli usignoli, bocche che non assaggiano torte alla marmellata.