Non so a voi, ma a me capita spesso di subire gli odori e di esserne disturbato, di recepire la realtà come filtrata da uno schermo distorto, alieno, forse proveniente da un’altra dimensione. Non so, avete presente quei film dell’orrore, quando quegli esseri metà uomini-metà “altro” percepiscono il mondo a loro attorno diversamente? Ecco, più o meno così. Destrutturazione della percezione si potrebbe dire, disturbi psichici potrebbe dire qualche psichiatra da quattro soldi.

Per fortuna, invece, in certi momenti ti senti “altro”, allora ti guardi attorno e dici “meno male che vedo il mondo diversamente”, se lo vedessi per ciò che è un colpo alla tempia non me lo toglie nessuno, allora meglio immaginarlo per come vorremmo che fosse.

Poi però ti guardi intorno e senti che l’alieno sei tu, sei tu quello che viene osservato come “l’ultimo uomo sulla terra”, l’espatriato, il senza nome e colore, il senza dio (con la lettera minuscola), il sovversivo dalla tempia pulsante. Sentire i sapori, come il sangue le fauci di una bestia, accarezzare la felicità come il vento che ti accarezza, andare a spasso a guardare il mare, la linea dell’orizzonte che segna il filo che lo divide dal cielo. Non si è mai capito se il cielo si bagna nelle acque o è il mare che allunga le braccia e si aggrappa ad esso.

Certe volte, di fronte al mare, siedo su una panchina e penso a ciò che è stato, vedo cani e padroni, aiuole non curate, bottiglie di birra insalivate, cartacce e pacchi di sigarette il cui contenuto condisce i polmoni del popolo. Penso ad alcuni baci dati e avuti su quelle panchine di fronte al mare, penso al Sud America e al Portogallo, a Borges e a Pessoa, al grande mare che inghiotte i pensieri e purifica le anime dei suoi abitanti.

Mi alzo, mi guardo attorno e sento il vento che fa frusciare le foglie degli alberi che si nutrono di salsedine, si ubriacano di umidità marina, attraverso uno stradone a doppia corsia dove le macchine sfrecciano senza pietà, poggio le mani sulla ringhiera che mi divide dal mare, che paura che fa il non finito, l’immensità, fa paura sapere di non conoscere la fine di qualcosa.

Credo che la vita sia, per alcuni, il male necessario al passaggio essenziale, la preparazione alla sacralità. Non ho mai pensato di assaggiare con la punta della lingua i fenomeni amari del demenziale esito di un’avventura, ho solo cercato di amare senza pietà, di spezzare il cuore al punto da regalarne un pezzo a qualcuno.

Meglio amare l’amore.

Buonanotte.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...