Pensiero di notte #5

Questa notte, dopo una calda giornata che ha riportato beffardamente il caldo a dire la sua, spira un fresco vento. Ora. Tante volte, mi capita di pensare, mi si dice di essere pessimista, scuro, poco propositivo. Poi mi guardo attorno e mi chiedo come si può – in questo mondo brutalizzato – essere tali? Allora penso che ciò che viene scambiato per pessimismo altro non è che realismo (ne sa qualcosa il buon Giacomino Leopardi e la sua gobba).

Credo che la cosiddetta “leggerezza” tenda, in molti casi, a sfociare nella superficialità. Ben venga la prima, rifiutiamo la seconda. Ma al genere umano non conviene distinguere le due cose.

Meglio costruirsi la propria campana di cristallo, badare al proprio orticello (anche quando l’erba del vicino è più verde della nostra), meglio cucirsi le palpebre con i fili e gli aghi dell’indifferenza.

Va bene, era un prologo. Ora vi racconto una storia.

C’era una volta un uomo che, in una mattina calda di Luglio, si svegliò come al solito e si accorse di una cosa molto strana, il suo piede destro aveva un dito in più. Non si capacitava di ciò, anche se l’accettazione è stata repentina e mai l’uomo ha pensato di star sognando. Iniziò a fissare il suo piede ma, più che il piede, quel dito in più accanto al mignolo, non era spaventato, anzi rideva, cercava di capire come – durante la notte – fosse stata possibile la crescita di un dito nuovo, minuscolo, accanto alle restanti cinque dita.

Fu un cambiamento, le sue scarpe eran destinate a esser diverse ora, quel dito in più comportava una scarpa più confortevole per quel piede. Non era un problema. Lui non si lamentò mai di ciò, ne tantomeno questo gli creò imbarazzi di varia natura.

Morale della storia: molte volte siamo impauriti, ossessionati, resi nevrotici dai cambiamenti. Non ci rendiamo conto che, in alcuni casi, modificare quello che è il nostro monotono modo di vivere (cosa che terrorizza) può diventare – al contrario – un sentirsi meglio con se stessi. Il cambiamento – indotto o meno da noi – può essere un vantaggio e non il suo contrario.

L’uomo si innamorò di una donna bellissima che nessuno voleva, perché aveva sei dita alla mano sinistra. Si amarono per sempre e, dopo qualche tempo, le dita in più scomparvero sia dalla mano di lei che dal piede di lui.

Cambiare fa paura ma non farlo è rinunciare a una possibile felicità eterna.

Ritorno dal mio vento e dalla mia luna, penso che vorrebbero far l’amore tra loro ma non possono. Penso che questa notte sognerò occhi azzurri e verdi, pelli chiare e capelli bagnati dal sole liquido di un’estate che ancora s’aggrappa all’autunno come bimba alla gonna di sua madre.

Buonanotte stranieri.

Nonsense #1 – Ogni fine è sempre un inizio – eterni ritorni di un uomo che abbraccia cavalli.

Stase(ra) (ra)min(go) (go)[do] [do](ve) (ve)[do] [do]rati tigli liberi ristorati tiepidamente tenui incolori risate testarde demordo dove vengono nostre regine negligenti tiranne nessuna nave vedetta tastata tale lede denutrita talmente tenue esacerbate teste tenaci ciondolano non onorate testarde denutrite tematiche chele leziose seducenti tiepide dentate terse serpi piccole levigano nostro roseto tornito toccato tossisce scemando dolente teneramente teso solo ologrammi miseri riescono non onorati atipici circensi sirene nettare reale leale lento topo poliglotta ottagonale lestofante tesse segretamente tesi sicuri ripieghi ghignanti tipici cirri riposati atipi(ci) (ci)r(ri) (ri)sia[mo] [mo]r(enti) (enti)[tà] [ta]rocca(te) (te)dio[se] [se]ntite.

Pensiero di Notte – #4

Non so a voi, ma a me capita spesso di subire gli odori e di esserne disturbato, di recepire la realtà come filtrata da uno schermo distorto, alieno, forse proveniente da un’altra dimensione. Non so, avete presente quei film dell’orrore, quando quegli esseri metà uomini-metà “altro” percepiscono il mondo a loro attorno diversamente? Ecco, più o meno così. Destrutturazione della percezione si potrebbe dire, disturbi psichici potrebbe dire qualche psichiatra da quattro soldi.

Per fortuna, invece, in certi momenti ti senti “altro”, allora ti guardi attorno e dici “meno male che vedo il mondo diversamente”, se lo vedessi per ciò che è un colpo alla tempia non me lo toglie nessuno, allora meglio immaginarlo per come vorremmo che fosse.

Poi però ti guardi intorno e senti che l’alieno sei tu, sei tu quello che viene osservato come “l’ultimo uomo sulla terra”, l’espatriato, il senza nome e colore, il senza dio (con la lettera minuscola), il sovversivo dalla tempia pulsante. Sentire i sapori, come il sangue le fauci di una bestia, accarezzare la felicità come il vento che ti accarezza, andare a spasso a guardare il mare, la linea dell’orizzonte che segna il filo che lo divide dal cielo. Non si è mai capito se il cielo si bagna nelle acque o è il mare che allunga le braccia e si aggrappa ad esso.

Certe volte, di fronte al mare, siedo su una panchina e penso a ciò che è stato, vedo cani e padroni, aiuole non curate, bottiglie di birra insalivate, cartacce e pacchi di sigarette il cui contenuto condisce i polmoni del popolo. Penso ad alcuni baci dati e avuti su quelle panchine di fronte al mare, penso al Sud America e al Portogallo, a Borges e a Pessoa, al grande mare che inghiotte i pensieri e purifica le anime dei suoi abitanti.

Mi alzo, mi guardo attorno e sento il vento che fa frusciare le foglie degli alberi che si nutrono di salsedine, si ubriacano di umidità marina, attraverso uno stradone a doppia corsia dove le macchine sfrecciano senza pietà, poggio le mani sulla ringhiera che mi divide dal mare, che paura che fa il non finito, l’immensità, fa paura sapere di non conoscere la fine di qualcosa.

Credo che la vita sia, per alcuni, il male necessario al passaggio essenziale, la preparazione alla sacralità. Non ho mai pensato di assaggiare con la punta della lingua i fenomeni amari del demenziale esito di un’avventura, ho solo cercato di amare senza pietà, di spezzare il cuore al punto da regalarne un pezzo a qualcuno.

Meglio amare l’amore.

Buonanotte.

Pensiero di Notte #3

Stanotte poche parole a mia disposizione, poche frecce nella mia faretra sdrucita. Pochi attimi per dire che forse la vita è simpaticamente vulnerabile al fascino che esercita lo sconosciuto sul nostro animo.

Poche parole per cambiare l’umore di un momento, la saggezza di un respiro sacro, il bollore di un cuore spento.

Stanotte vorrei chiudere gli occhi e sognare di chiudere gli occhi, sognare di adagiarmi come un tempo sul letto e addormentarmi col sorriso della spensieratezza che fu, quella dell’adolescenza incosciente.

Ora l’esistenza smussa gli angoli della perdizione e noi siamo vincolati dal suggerimento precoce che sussurra all’orecchio che stiamo crescendo, che non è più tempo di bravate autodistruttive e autopunitive.

La sensibilità urla ancora la sua rivincita, il cuore si sincera di battere, il polmone di respirare come un magma vivo di speranze non sopite, allucinate infantilmente dal chiarore lunare.

Si avvicina il freddo che unisce i cuori, sotto le coperte intrecciare i corpi al caldo è spunto laocoontico di speranze vive e vegete. Se l’amore muore allora vivrà il pensiero d’esso, se vive quel pensiero morirà. E io non so cosa sia peggio.

Buonanotte.

Pensiero di Notte #2

Per cominciare a scrivere devo necessariamente accendere una sigaretta, fare un paio di boccate, pensare che i fumi che la mia bocca emana sian depressi ectoplasmi che vogliono disperatamente che io presti loro gocce ansiolitiche.

Scriverò qualcosa ad ogni tirata, ecco la prima (escludendo l’accensione), oggi son passato a trovare mia nonna, era tempo che non visitavo casa sua, mi spaventa la vecchiaia, ho visto nei suoi occhi l’affetto di un tempo che per qualche istante si è fatto vivo, la voglia di non andarsene da questo mondo, la malinconia della solitudine. E ho pensato che forse la vecchiaia è peggiore della dipartita. Ero con mio padre, suo figlio, e mi bruciavan le palpebre, è stata abbandonata giovane mia nonna e ora più che mai l’amo, ora che s’allontana, ora che io ammetto di essere lontano. Non mi piace questo lato di me, questo non trasmettere ciò che vorrei. Seconda boccata.

Terza boccata, leggera, poco fumo non respirato completamente. Ho visto foto di me piccolo alle pareti di casa di mia nonna, si vive con i fantasmi del passato, con i ricordi di quando le braccia eran forti per sostenere i piccoli nipoti, la pazienza pietra inscalfibile che durava in eterno, i fazzoletti bagnati a pulire le ginocchia piene di terra. La vecchiaia, che  porta rughe dove scorre la lacrima al miele del ricordo, è debolezza dell’anima, poi degli arti. Quarta boccata.

Quinta boccata. Massiccia, come le pietre laviche che stuprano il selciato, raschia la gola dell’ingordigia. Forse non riuscirò a versare una lacrima quando mia nonna non ci sarà più, forse mi pentirò di non esserle stato vicino quanto avrei voluto, forse piangerò non per la sua morte ma per quella che è stata la sua vita. Non è facile l’abbandono, non si sopporta l’amore lacerato, il tradimento osceno che deriva dalla fuga, dalla non comprensione. Ultima boccata.

Dovrei smettere di fumare. Decisamente. Ma poi penso che la solitudine, con gli anni, è un flagello che incide le carni, che mastica il cuore e poi lo sputa, che ingoia l’anima e poi la vomita. Perché le carezze sono così rare e difficili che la mano per attuarle non riesce ad alzarsi proprio verso coloro che più si amano.

Forse tra dieci minuti fumerò ancora e penserò a mia nonna, alle partite a briscola fatte con lei vent’anni fa, al pane, olio e sale che il pomeriggio mi preparava con la sapienza del tempo che fu, briciola del passato che ricorda il pane della vita.

Buonanotte.