al sogno di E.

 

Il mondo dei sogni (perché di mondo a parte si tratta) è uno dei più grandi misteri a cui l’uomo potrebbe mai avvicinarsi, un mistero senza risposta.

Inutile andare a spulciare tra impolverati tomi di psicologi, filosofi, scrittori, troviamo versioni, pareri diversi, idee differenti, ma la verità ?

La verità sull’onirico, su cosa sia un sogno, su quale peso abbia nella realtà, resta un mistero. Di quelli seri, scuri, enigmatici.

Pareri, solo pareri, teorie, ma nulla. Il sogno vive una vita a sé, non si lascia scandagliare, non si fa penetrare, ci confonde le idee, ci distrugge e ci dà gioia estrema.

Ci sono sogni così belli (magari quelli in cui sogniamo qualcosa che desideriamo ardentemente) che al risveglio, nel momento in cui capiamo che di sogno si trattava e non realtà, ci fanno venir voglia di morire.

E siamo più soli che mai. Ci sentiamo presi per i fondelli dal nostro stesso sogno.

È orribile, vorresti sparire nel momento stesso in cui apri gli occhi quando avviene una cosa del genere. È il dolore più grande, peggiore di un dolore reale, peggiore di una delusione vissuta da sveglio. Il sogno.

A volte poi, quando davvero ti sembra sia tutto così reale, preghi. Preghi nel sogno stesso, preghi che di sogno non si tratti, perché non riusciresti a sopportare un dolore così acuto e pungente al pensiero che in realtà non hai ciò che hai sognato. Non hai accanto la persona che ami.

La sogni soltanto, sei solo però. Più solo di quanto già eri prima d’addormentarti.

Solo e in fin di vita. Solo. Maledetti tutti, indistintamente.

Il sogno lancia messaggi, ti svela verità, ti mostra un’altra vita. Siamo noi sognatori incalliti che dovremmo forse interpretare, cercare prove, conferme nella realtà di quello che il sogno, il nostro sogno, ci comunica ?

Sembra facile, ma è un’impresa ostica, di grande impegno e sforzo mentale.

Concentrazione. Dobbiamo imparare a concentrarci di più, scavare nei dettagli, diventare detective del nostro stesso animo, fare a pezzi il nostro inconscio, ancora vergine all’analisi, ancora inesperto e fradicio d’inesperienza.

Inesperienza onirica intendo, ovviamente.

Le paure, i traumi, le incomprensioni e i dolori sono tutti facenti parte del nostro mondo interiore, della nostra mappa spirituale, sono noi, siamo loro.

Non si sfugge.

I pensieri fatti poco prima d’addormentarsi sono, in alcune circostanze, il via libera per alcuni sogni che decidono d’affacciarsi, senza chiederci neanche il permesso, senza bussare alla porta, nella nostra mente.

Poi gestiscono loro, i sogni. Gestiscono loro la nostra vita ad occhi chiusi. Noi possiamo solo viverla, l’avventura onirica, viverla nel bene e nel male, senza poterci opporre.

Anche se col tempo s’impara a combatterli dall’interno i sogni. Si impara.

Le guerre si combattono dall’interno, sempre. Chi fugge è codardo e merita il sogno più crudele che gli possa regalare il destino.

I sogni sono le vipere dell’animo umano, il bisturi affilato e arrugginito che taglia a fette il nostro lato sconosciuto, che s’esalta solo nel sonno.

Una ragazza si trovava (non stava sognando, o forse sì?) nei pressi di una casa di campagna che s’affacciava su un bosco di modeste dimensioni, quelle case rustiche, pavimento e soffitto in legno, luci calde, aria di campagna non contaminata dallo smog cittadino.

C’era una festa in questa casa, il compleanno di un suo amico che non vedeva da tempo e che, avendola recentemente incontrata, aveva deciso di invitarla.

La ragazza non aveva grande voglia di andarci, odiava in genere le feste di qualunque tipo, ma quella volta, anche per pressione di un suo amico (colui il quale è andato alla festa con lei, accompagnandola) si è lasciata convincere.

Nove di sera. Silenzio. Casa di campagna. Grilli , vento, uccelli notturni.

Il cielo, fino a qualche minuto prima scuro come petrolio, ora s’apriva alla brezza, quasi stesse provando piacere d’essere accarezzato da una mano ventosa così lieve, un vento delicato e profumato di campagna che scaccia dalla mente i cattivi pensieri, anche quelli del cielo, che di pensieri deve averne tanti.

I barbagianni emettono versi che a volte ricordano bambini piangenti, sono uccelli strani, sembra che sappiano qualcosa che a noi umani non è dato conoscere, portatori d’un Verbo nuovo, misterioso e onnisciente, sembrano solcare il confine tra la vita e la morte con un’indifferenza invidiabile, la stessa che noi abbiamo quando passiamo da una stanza all’altra in casa nostra.

I grilli sono l’orchestra della notte, fanno da sottofondo allo spettacolo teatrale della natura tutta, danno il ritmo al vento, alle nuvole, ci guidano alla scoperta del buio, piccoli suonatori d’una banda allenatissima, professionisti del canto, grandi artisti operistici del regno animale.

E poi il vento, che tutto schiaffeggia e tutto addolcisce, tempesta e sensibilità, mani forti e coraggiose che abbracciano tutto, anche la terra intera. Il vento, padre degli elementi, canta la canzone più lieve o più violenta che noi possiam immaginare, può far addormentare in riva al mare ma anche uccidere.

Musica da dentro la casa. Gente che balla, qualcuno un po’ brillo, qualcuno privo di sensi. Non più di una quindicina di persone.

La ragazza è una di quelle che ama star sola, il suo amico si è perso nella baldoria interna alla casa, non lo vede, non gli interessa, neanche voleva venirci a questa festa.

La natura di fronte a sé, il bosco che sembra guardarla per invitarla a passare la notte con lui, dentro di lui, e lui dentro lei, come un amplesso vegetale-umano.

Sente la voce, la ragazza, sente il bosco che la chiama, sente la forza delle querce, le radici degli alberi, le foglie al vento, le chiome impazzite, sente tutto ciò. Ascolta la voce del verde cupo che ha di fronte.

Immensa, divina voce flautata ma potente, piacevole ma despota, che la chiama.

In un primo momento, forse per puro e semplice associazionismo mentale delle parole bosco-uomo, le era sembrato che la voce che la chiamasse fosse appunto maschile.

Si sbagliava, a un più attento esame si rese conto che la voce non era maschile ne tantomeno femminile, o almeno non di una donna matura, neanche ragazza.

La voce era un pianto. Ora lo sentiva ben distinto, lo sentiva chiaro e forte dal limite del bosco sul quale si trovava mentre tendeva l’orecchio all’indefinita distesa nero-verde di fronte a lei.

Era il pianto di una bambina. Forte, disperato.

Decise di andare a controllare. Rientrò in casa, la musica era a volume elevato, nessuno si accorse di lei, prese la giacca e la sciarpa – era una serata abbastanza fresca – e si avviò, senza pensare.

Senza pensare a nulla si inoltrò nel bosco, non la solleticò minimamente l’idea che il suo gesto potesse essere pericoloso per se stessa, stava agendo d’istinto, non pensava a nulla. A nulla.

Un bosco isolato non è ideale da percorrere per una ragazza sola.

Il pianto, sempre più forte che la bambina emetteva, era diventato per lei un richiamo al quale non riusciva, non poteva e, forse, non voleva sottrarsi.

Il pianto aveva lo stesso effetto su di lei che il canto delle sirene verso i marinai, compagni di Odisseo.

Sembrava ipnotizzata, guidata nell’oscurità da quel richiamo, non si accorse neanche che più volte i rami le laceravano i vestiti al passaggio.

A lei non importava e, anche se gliene fosse importato, non ci avrebbe badato.

Il richiamo era più importante, ora era fortissimo, sembrava che la bambina piangente fosse a un centimetro da lei talmente limpido era il suono.

Passano circa due secondi che il pianto, dopo aver raggiunto il culmine d’intensità sonora, cessa di colpo. Nello stesso istante in cui il pianto cessa, la ragazza vede ai piedi di un maestoso albero in mezzo al bosco – non riesce neanche a rendersi conto fin dove si sia spinta, in quale anfratto boschivo segreto sia giunta – una bambola.

Una bambola con le fattezze di una bambina vera, era incredibile ma sembrava viva.

La ragazza resta pietrificata. Due sono le opzioni che istintivamente s’affacciano nella sua mente, una razionale, l’altra per niente. I sogni.

Inizialmente pensa che si tratti di uno scherzo. Qualcuno, dice a se stessa, avrà posizionato una bambola (di quelle che piangono) con un microfono vicino, così per scherzo, per attirare qualcuno (a questo punto anche un maniaco, e al pensiero un brivido la percuote tutta) e lei, facendosi prendere dal panico e forse da una buona dose di autosuggestione, è corsa nel bosco pensando che una bambina potesse aver bisogno d’aiuto, si fosse persa.

Si perdono, purtroppo, tanti bambini.

La seconda opzione è onirica. Lei sta sognando e, prima o poi, si sveglierà.

Si guarda intorno e non c’è anima viva. Il fatto che non senta più la musica provenire dalla casa le fa supporre di essersi allontanata un bel po’ .

Il pianto della bambina o bambola che fosse, nel momento in cui l’ha vista, è cessato definitivamente.

Poi decide d’avvicinarsi alla bambola per cercare di capire, trovare un indizio, un microfono, una prova.

Prende la bambola in braccio e resta stupita. La bambola non è moderna, è una di quelle bambole di porcellana con tratti davvero simili a quelli delle bambine.

Non c’è traccia di nessun apparato tecnico sull’oggetto, né una porticina di quelle che si aprono sul retro dei giocattoli per inserire le batterie, neanche una “corda” di quelle che a tanti giochi servono per farli azionare.

Nulla. Una bambola – tra l’altro di altri tempi – e basta.

Nulla più. Una bambola e una ragazza sbigottita che comincia a chiedersi se per caso non sia pazza o forse lo stia diventando.

Qualche goccia cominciò a cadere, in lontananza le sembrò di scorgere la luce derivante dai lampi che di solito anticipano i tuoni.

Nessun tuono arrivò. Solo lampi e qualche goccia.

Rimise, dopo averla tenuta in mano qualche minuto, la bambola al suo posto, ai piedi dell’albero.

Continuò a guardarsi intorno ed ebbe una spiacevole sensazione, quella di essersi persa, si fruga in tasca alla ricerca del cellulare ma quando vede il display si rende conto che è assente da linea. Bene, pensa, l’unica cosa da fare è cercare di ricordarsi la strada senza farsi prendere dal panico.

E se qualcuno la stava spiando ? Magari proprio quel qualcuno che, tramite la bambola, l’ha voluta attirare in quel posto ?

Nel pensare di trattenere una crisi di panico, non si rese conto che già la stava subendo.

Si riavvicinò alla bambola, senza sapere neanche lei il perché, si piegò e le sfiorò un braccio. Poi emise un urlo violentissimo e acutissimo.

Al solo suo sfiorare il braccino della bambola, entrambi gli arti superiori del giocattolo si staccarono dal corpo.

Per un attimo ebbe la sensazione di perdere i sensi, ma si rianimò subito perché se lo impose. Era sola. Doveva reagire. Forse era solo un sogno.

Poi il buio.

Quando si svegliò era ancora lì nel bosco, si era addormentata. Era crollata, forse svenuta per lo spavento, non ricordava un granché ma ci pensò lei, la bambola, a rinfrescarle la memoria. Era ancora lì, senza braccia, ai piedi dell’albero. La fissava. Sembrava più viva di prima.

La scena sembrava girata al rallentatore, una bambola e una ragazza si guardavano in un bosco sotto l’acqua. Sembra pazzesco ma è così che è andata.

Il tempo che passò è un’incognita. Quante ore la ragazza, in preda all’oblìo, ha guardato la bambola senza braccia?

All’improvviso si fa forza e decide di provare a rialzarsi, ci riesce infatti con uno sforzo sovrumano delle ginocchia, è in piedi.

Ancora si chiede se stia sognando o se quest’assurdità sia reale.

Poi, senza che nessun passo umano le faccia prevedere la presenza di qualcuno alle sue spalle, si sente chiamare:

–          Chiara !

Si gira di scatto e vede se stessa.

Poi di nuovo il buio.

***

Giuseppe Ceddia

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