Ecco quando fa caldo io penso male e pensare male fa male al pensiero in sé laddove il pensiero si trasmette al corpo anch’esso bollente perché di aria condizionata neanche a parlarne condizionata da che poi non ho mai capito di chi si tratta quando si maledice il caldo che sudaticcio si attacca come placenta al corpo morto inadatto a creare a leggere a scrivere anche su questi sudici tasti appiccicati del pc che si nutre di blasfeme menzogne e inveisce contro di me che inveisco contro di lui perché sembra avere la febbre e rallenta rallenta e l’esasperazione regna sovrana col caldo ancor più si tramuta in delirio post-pranzo caldo innaffiato di acqua calda e ghiaccio caldo che pochi secondi e nel bicchiere si scioglie diventando mistura disgustosa di sapore nullo amato amar perdona chi col caldo non ragiona neanche un po’ io sarei uno dei tanti nati nel posto sbagliato assolato marino meschino contratto vicino a un sud che brucia come gli ulivi che sono pelle di contadini al sole del sud bruciato da se stesso come le cicale in calore e i grilli zoppi come i marinai che sbattono polpi caldi stonati morti sugli scogli arroventati d’estate mentre io sogno neve e montagna scandinava isole in tempesta con grigiore a due passi cieli neri bergmaniani e tempi remoti bergsoniani personali ma freschi freddi polari bianchi come il ghiaccio che nel bicchiere non sembra ghiaccio ma solo prolungamento caldo d’esso liquido innaffiato di calore arsura calura desertica di una valle della morte trasferitasi qui dove io mai capirò la gente che osa fare le saune mai saprò questo recondito piacere di avvitarsi al calore come spirale senz’aria di un anfratto tugurio rovente senza prese d’aria che invece io cerco anche in riva al mare che contiene in sé l’arma a doppio taglio di un maestrale che non arriva ma si dice domani saluterà la costa e un’umidità che ti rende simile a geco sul soffitto di una casa in campagna arsa dalle bollenti foglie arse dal riflesso di uno specchietto retrovisore che riflette la luce solare e brucia i neuroni dell’aria poi quelli dell’uomo e della donna che pur avvinghiati non riescono a incastrarsi con questa temperatura che rende l’incastro una sudata un atto di sacrificio estremo un delirio in re maggiore sulla quarta corda o liana di un pomeriggio afoso qui al sud dove la morte dei sensi regna sovrana come sovrani e ducali sono i calli sulle mani bruciate dell’uomo di campagna che per associazionismo sempre s’insinua nella mia mente mentre qui batto sui tasti di un pc scambiandolo per una calda lettera 22 che tale non è lì si che si picchiava duro calli giornalistici calli della terra non so cosa abbiamo in comune so soltanto che cerco un’ibernazione maggio-settembre annuale un letargo fresco ghiacciato che sia sul serio rigenerante e riflettente concludendo che qui i punti non li ho messi perché il caldo non li vuole e ogni tasto battuto in più è una goccia di sudorazione che decora ancor più il mio torace sacrificato al santo dio dell’arsura che si ciba dell’aria tramite l’afa suo personale apparato digerente mai sazio mai privo di spazio per contenere tossine sudori umori amori remoti e futuri bagliori di aria fresca vorrei ecco solo questo volevo dire nulla più di un attimo di frescura che attanagli per qualche secondo l’odio che nutro verso un clima che non m’appartiene quello della mia terra ahimè ahivoi che leggete questo scritto senza senso e senza sesto senso di un sesso che ora mai penserei di compiere frutto virtuoso di un egoismo asmatico che sogna un polo bipolare di mente fresca gelida polare e non un caldo che arde anche ciò che non si può nominare chiudo però con un punto a parola mai a segno non tradisco ma tradisco con tre punti di sutura a chiudere la ferita che il caldo m’infligge eccoli…

Giuseppe Ceddia

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