Apriamo un qualsiasi manuale di letteratura italiana, soffermiamoci su una poesia, vedremo il testo incolonnato più o meno al centro, le note tutt’intorno a far da cornice. Si leggono le note quasi sempre, perché rendono chiara un’espressione che, forse, a un primo impatto risulta ambigua, poco chiara. Già, le note. Le note contengono in parte la traslazione semplice di ciò che il poeta – in alcuni casi ermeticamente – vuole comunicare. Proviamo a leggere una poesia anarchicamente, senza l’ausilio delle note. Mi chiedo quanta leggerezza e passione in più desterebbero in noi i versi che il nostro occhio cattura. Forse l’associazione non è delle più felici ma quando guardiamo un film in lingua originale con sottotitoli, il nostro occhio perde alcune caratterizzazioni delle immagini concentrato com’è sulle scritte in sovrimpressione. Forse un film andrebbe visto prima in lingua originale, poi doppiato per far sì che l’immagine (che è pane filmico) renda quel che contiene e trapassi la pupilla di chi osserva. Quando si leggono le note di una poesia si abbandona la poesia, l’occhio è distolto, poi ritorna a leggere il componimento mentre la mente riflette sulla nota appena letta, non è questo forse uno snaturare la poesia? Proviamo a leggere una poesia facendo finta che le note non ci siano, sarebbe bello tentare una nostra personale spiegazione o riflettere su un’impressione soggettiva che lo scritto ha in noi destato, senza accademismi. Allora, in questo preciso istante, si colloca il famoso dubbio che pone la poesia su un duplice binario, da un lato “quello che realmente vuol dire il poeta” (ma potremo mai realmente saperlo anche leggendo numerosi saggi di critica?) dall’altro quello che il lettore coglie da ciò che legge. Chi siamo noi per interpretare a nostro piacimento il messaggio di una poesia, le parole che la compongono, le metafore che la condiscono? Noi siamo lettori, la critica è un’altra cosa, potrebbe chiosare qualcuno. Ma allora la creatività del lettore che fine fa se dopo aver letto una poesia andiamo a leggere centinaia di pagine critiche su quella poesia stessa? In ambito universitario viene mal salutata la scrittura critica di matrice creativa (o meglio non accademica, non togata) eppure quanto avrebbe bisogno la critica di scollarsi di dosso certo ermetismo della parola, certi corollari che sembrano voler dire soltanto “guardate come è complessa la mia scrittura, sono un luminare”.

Come no. Non c’è difficoltà più grande invece che scrivere di cose ardue in modo semplice, questo altrettanti accademici lo dimostrano, ma sono in minoranza. La creatività. Parola pericolosa. Oggi tutti scrivono, le persone che scrivono superano il numero di coloro che leggono. Forse anche la creatività meriterebbe di essere gerarchizzata. Note, critica, poesia, lettore, interpretazione accademica, interpretazione non accademica, reale messaggio del poeta, messaggio che il lettore vuole cogliere. Abbiamo tutti alle spalle vite differenti, il pensiero associazionistico di fronte a dei versi ci porterà in luoghi (di)versi, fatti di ricordi, immagini, sensazioni, colori e parole.

Leggiamo una poesia con il cuore, poi con il cervello, avremo due poesie diverse. Leggiamola senza badare alle note e poi badando ad esse, avremo altre due poesie, leggiamo un testo critico su una poesia e rileggiamo la poesia, avremo una quinta poesia, la poesia diventa l’uno nessuno e centomila di pirandelliana memoria o un gioco di specchi di borgesiana finzione.

Saggio sapere cosa aveva in mente il poeta, saggio e giusto interpretare la sua visione del mondo, ma non perdiamo la nostra volontà percettiva, il nostro modo di vedere le cose, il verso che ci ricorda una donna amata, un avvenimento essenziale alla nostra crescita. Leggiamo non soltanto con i due occhi che abbiamo inseriti in volto ma con i mille occhi che la nostra anima contiene.

Chissà che non captiamo il vero messaggio del poeta più di quanto si è cervellata su esso tanta critica. Al cuore non si comanda, al cervello a volte, agli occhi mai.

Giuseppe Ceddia

 

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