Occhi addolorati che posano su me conflitti mai sopiti,

L’amo, non l’amo, forse è terrore d’ammettere la prima,

Giusto per tentar una nuova rima.

Dopo l’amore, i liquidi che si incontran diventan fiori appassiti, per ancestrali paure.

Conservo di lei una foto, sul mio letto nudo di lei nuda,

che fissa il vuoto, specchio immenso del declinante attimo

lei fissa e io sto male, mille scuse vorrei farle,

perché vedo il suo dolore derivante da me,

dolore figlio del non capire, dolore figlio del senso morto,

tristezza negli occhi guardinghi, nelle mani sinuose,

di una voglia di crescere che io sostengo

poi via, in algide notti come in roventi estati, a fare l’amore, poi dormire assopiti nell’abbraccio letale del nulla.

Perché poi, di quella foto, io conservo la faccia appuntita di fugaci ebrezze amorose, il particolare della ginocchiera che copre il risolto problema,

io so, io conosco il suo cuore, sento che Amore infilza i suoi spilli, li gira e rigira,

come dita nella piaga rovente dell’esistere,

perché lei mi è vicina, vive il mio vivere, stuzzica la corda della mia saggezza,

perché poi io, giullare immenso di essenzialità svelata poco a poco, esatta mistura di scandalo e nulla, in realtà posseggo il terzo occhio, il divenire esausto del suo io che lotta e fa l’amore come spirito inquieto di veglie erotiche.

Poi dentro lei, io per un attimo rinasco e rivedo l’utero materno, la luce nuova.

Mi assopisco. Con lei accanto. Al mattino il riso del risveglio.

Giuseppe Ceddia

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