I cani sono sempre stati la mia passione. Quando guardo un cane sento che la vita m’appartiene ancor più, sento che l’essere umano non merita la considerazione di un altro uomo, l’animale invece si accontenta e, soprattutto, vive per te, si danna e muore per te, i cani in particolare. Sì, perché un cane non è un gatto (bella scoperta, direte voi lettori, chi crede d’essere questo, un istruttore per ciechi?), intendo dire che il cane non è un gatto dal punto di vista “umano”. Il cane dipende da te, ti segue, morirebbe se tu non gli dessi del cibo, se non lo accarezzassi ogni tanto, se non gli dimostrassi che esiste, se non dessi a lui la possibilità di dimostrarti che tu esisti, non solo per lui, ma nel mondo. La tua esistenza diventa il film preferito che il cane ama guardare, un dog-movie.

Dicevamo che il cane non è un gatto. Non è un gatto e io amo i cani più dei gatti. Sia chiaro, non è che se vedo un gatto lo investo con la macchina o gli somministro polpette avvelenate, ma mi procura una inspiegabile, e non cattiva e volontaria, diffidenza felina.

Il gatto, con la sua innegabile autonomia, non realizza la dipendenza umana, non ti dice “Guarda che senza di te, sono fottuto” (come il cane fa, guardandoti di sottecchi quando vuol mangiare o quando vuole scendere per fare un goccio), il gatto è autonomo, si fa i suoi giri, ingravida gatte in calore, manca quanti giorni gli pare, torna come nulla fosse, si rannicchia sulla sua (e dico sua!) poltrona con plaid annesso.

È come se il cane, al contrario del gatto, ti facesse sentire, pur senza volerlo, più utile, più umano, più indispensabile alla sua esistenza. Questo non per colmare frustrazioni umane che tutti possediamo, ma per puro spirito di sacrificio, per l’unico scopo che ci fa guardare allo specchio e dire: “Sono utile a qualcuno, sono indispensabile per l’esistenza di quest’essere vivente”. Tutto qui. Il cane è prolungamento della nostra volontà di esistere, della nostra sublime arroganza umana che si nutre dell’esasperazione degli affetti, è punto essenziale del sentirci vivi, non disossati, non da buttar via nel cumulo d’immondizia animata.

Bel preambolo eh? La storia che voglio narrarvi non è una storia da me vissuta in prima persona, non qualcosa di realmente accaduto ad altri, non un documentario visto su qualche canale satellitare scientifico, tanto meno un desiderio che la mia mente vorrebbe vedere realizzarsi, anche perché, in quest’ultimo caso, sarei da rinchiudere subito in un centro psichiatrico. Non per maltrattamenti su animali, ma per “onirici” e non volontari stati d’allucinazione che mutano i corpi, fan vedere il surreale nascosto nelle pieghe del limbo nel nostro inconscio.

Ho fatto un sogno. Ho partorito un incubo. Ho creato la malattia.

Un amico mi regala un bassotto, sapete quei bassotti belli, perfetti, bassi al punto giusto, di quelli che ti fan dire: “Toh! Un bassotto originale, un bassotto di razza, con annessi e connessi”, insomma mi regala un bassotto serio, mi regala IL BASSOTTO!.

Ma i sogni son ingannatori, sono specchio deforme e lucido (ossimoro?) della realtà, sono quello che vorresti ma anche ciò di cui faresti volentieri a meno, sono il corpo utile alla guerra e non alla pacifica convivenza sociale, umana, mortale.

Infatti, amici umani e canini, non ricordo se il bassotto mi fu regalato oppure semplicemente “prestato” per qualche giorno da un amico in partenza per un certo periodo, oppure per sempre, il quale si volle assicurare che io badassi alla sua bestiola.

I sogni, ah i sogni! Falsi come un apostolo, ebbri come un satiro, sensuali come una donna.

Bassotto: Cane da tana dal corpo lungo e basso, con zampe storte e cortissime, così dice il dizionario, ma una descrizione del genere farebbe venir voglia di possederlo un esemplare simile? Chissà.

Prima di raccontarvi per esteso il sogno sarebbe giusto chiedersi, o perlomeno sarebbe giusto che io mi chieda, il perché, lo scandaloso motivo per il quale io abbia concepito, partorito, e ora stia tramandando, questo sogno. Non è che mi abbia mai fatto impazzire questa specie canina, anzi, ho sempre preferito i cani di grossa stazza, anche se non ne ho mai posseduti. Il mio cane preferito, ora nel regno dei morti, è stato (lo ammetto) un meticcio, un incrocio tra un volpino e un bassotto (guarda un po’). Credo di averlo amato moltissimo, mi capita tuttora di sognarlo, di sentire – quasi fosse uno spirito – i suoi passi nella mia stanza, nel corridoio di casa. Sapete, venne a morire da me, nella mia stanza. Poi spirò tra le mie braccia. Non lo auguro a nessuno, piansi per tre giorni di fila.

Avevo il bassotto con me. Ero predisposto, con tutta la buona volontà, a prendermene cura. Mai avrei potuto, io, volontariamente, fare del male a un animale, specie a un cane.

Invece avvenne l’inenarrabile, accadde ciò che, razionalmente o lucidamente, mente umana mai potrebbe concepire, avvenne il meta-sogno surreale dell’eclissarsi della lucidità.

Si verificò la trasformazione macabra che ora vi dirò.

Portavo a spasso l’animale tranquillamente, un passo, due, un’alzata di zampa per fare il bisogno (era un maschio), un altro passo, due, incontravo qualcuno per strada che mi chiedeva: “E’ tuo? Com’è carino, quanti anni ha?”, cazzate del genere, poi ancora qualche passo, un’altra pisciata, una scodinzolata e nulla più. Sembrava che il bassotto, forse presumendo che avessi già posseduto suoi colleghi, si fidasse di me, sentisse nella mia persona un amico, non un estraneo. Un suo simile? Forse.

Fatto sta che il bassotto sembrava esser diventato il prolungamento di me stesso, socievole, pieno d’affetto per ogni passante o conoscente che incontrassimo (sarà la mia forsennata voglia d’incontrare qualcuno simile a me, per non dire uguale?), giocoso, falsamente gaio e attore di prima categoria, mentore straordinario, clown di giullaresca memoria, che vive morendo. Il cane era mio fratello, mio simile e disturbato amico.

All’improvviso, non so per quale impulso umano, canino o innaturale che fosse, mi resi conto che il quadrupede aveva fame.

Ora, stare a ricordare nel sogno cosa io avessi somministrato all’animale per saziarlo, è impresa che definire ardua è poca cosa. So di averlo nutrito, ma non so di cosa. So solo che avevo adempiuto al mio compito, ossia saziare una creatura che aveva fame.

Qui comincia la trasformazione. Qui il sogno comincia a prender forma, inizia a farsi incubo.

Noto che il collare del cane comincia a risultar largo per il suo collo, infatti l’animale mi sfugge, il collare vola via dal suo collo, resto col guinzaglio penzolante in mano, il cane è libero, cerca di scappare ma lo afferro, posiziono di nuovo il collare intorno al suo collo, riprendo il guinzaglio  e continuiamo l’infinita passeggiata. Non ci faccio caso, mi è capitato centinaia di volte con altri cani, credo sia normale che il collare ogni tanto possa fuoriuscire dal corpo canino che lo indossa.

Il cammino va avanti, il cane sembra tranquillo, io pure. Gioca, salta, sembra sazio, si rapporta a me quasi fossi da sempre il suo padrone.

Questione numero due: chi me l’ha dato? Un uomo, una donna, parente, amico, conoscente? Non saprei.

Il buio mi coglie. L’onirico si fa nero pece se devo rammentare questo dettaglio, importante ma non essenziale. D’altra parte mica siamo in un poliziesco, o sì?

Un fatto è certo: io gironzolo per non so quali strade di non so quale città con un cane, il quale non so di chi sia, so che non è mio, ma non so se lo sarà. Non so se qualcuno verrà a riprenderselo, non so quanto mi tocca prendermene cura, non so quanti anni abbia ne tantomeno quale sia il suo nome. Un cane fuoriuscito da un quadro di René Magritte. Quasi quasi gli compro una bombetta.

Sogno: Attività psichica che ha luogo durante il sonno, caratterizzata da emozioni, percezioni e pensieri che si strutturano in una successione di immagini generalmente non regolata dalla logica o dalle normali convenzioni sociali, anche se apparentemente reale.

Appunto, apparentemente reale. Ma se è un sogno come può essere apparentemente, anche solo “apparentemente” reale? E se la realtà “reale” fosse il sogno e non la realtà che noi viviamo da svegli?

Il bisogno che il bassotto, questa volta, necessita di realizzare non è la pipì con alzata di gamba connessa, ma è qualcosa di più. Mi fa percepire, quasi si fosse creata una nuvoletta da fumetto sopra la sua testa, di dover defecare. Mi tira, mi trascina verso una strada isolata, si accovaccia e inizia l’operazione.

Beh, credetemi, non credo di aver visto tanta merda tutta insieme nella mia vita. Da quel minuscolo, lungo ed esile corpicino è fuoriuscita una montagna di escrementi, una massa informe di feci che mai avrei immaginato quell’animale potesse in sé contenere, un abominio, roba da far rizzare i capelli ma anche i peli di tutto il corpo, roba da far aprire i pori, da far risvegliare i morti, da far vedere i ciechi, da far peccare gli angeli.

Di fronte a ciò, paradossalmente, la mia domanda non è stata: “Come è possibile, tanta merda in un corpo così piccolo?”, bensì: “Gli avrà fatto male qualcosa che ha mangiato?”.

Ma cosa ha mangiato, quale vivanda io gli abbia dato è, come già detto, un punto nebbioso del sogno, una valle inesplorata del mio pensiero che non so se avrò tempo e voglia di perlustrare.

Ricordate il collare fuoriuscito dal collo dell’animale?

Certo che lo ricordate. Ora l’animale è praticamente quasi scomparso. Quanto può pesare un bassotto? Quanto può esser lungo?

Non saprei, ma credetemi se vi dico che l’animale era diventato meno di un terzo di ciò che era prima che defecasse. Si era prosciugato. Come è stato possibile, come è avvenuta la mutazione?

Di mutazione si tratta o devo farmi (io e non il povero animale) seriamente visitare?

Lo spirito del veterinario che è in me ha optato per le seguenti soluzioni (di fronte alla sincera pena, credetemi, che la bestia mi trasmetteva):

1)      Ciò che ho somministrato all’animale come cibo gli ha fatto malissimo. Di conseguenza ha fatto sì che l’animale espellesse dal suo corpo l’ultimo pasto più i precedenti milleduecentododici.

2)      Il cane ha problemi gastrici. Chi me l’ha affibbiato non mi ha avvisato di ciò e io devo piangermi le conseguenze: dolore dell’animale e salate spese veterinarie.

3)      Il cane non ha defecato (è stato solo un mio sogno nel sogno) bensì vomitato. Ciò che ha buttato fuori non è uscito dall’orifizio rettale, bensì dalla bocca. Cure orali e non anali, dunque.

4)      L’animale non è un cane. È un alieno (sotto forma di bassotto, almeno un po’ di fantasia però! Che so, un lama, uno gnu, un bradipo) che di fronte ai nostri OGM non ha resistito e ha vomitato-defecato facendoci capire quanto è spregevole la razza umana.

5)      I sogni non hanno senso, dunque è andata così come vi ho raccontato, senza una virgola fuori posto.

6)      Il cane non è mai esistito e io (che sono metà scandalo e metà nulla) ho sognato di averne uno.

7)      (La più probabile) Il cane non è mai esistito. E nemmeno io.

Giuseppe Ceddia

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