Alle sei e quindici la donna dai capelli rossi si alza dal letto, si prepara un caffè, fuma una sigaretta, poi siede sul cesso.

Alle sette e cinque deve essere al lavoro. Infatti, alle sette e sei minuti, comincia il famoso gioco al massacro consistente nel subire umiliazioni, facce false, giochi di pirandelliana memoria. Il capoufficio, i colleghi, i caffè, i clienti.

I capelli rossi sono un’arma a doppio taglio. Il rosso non è il colore naturale dei capelli della donna, che ostinatamente porta avanti un processo d’omologazione tra il surreale e il metafisico.

Quella mattina il caffè era più amaro del solito (e non per mancanza di zucchero), le sigarette erano finite e dal suo culo non aveva intenzione di venir fuori neanche il più minuscolo brandello di feci.

Il rosso sarebbe comunque stato il colore di quel giorno.

Quel giorno. Quel giorno le cose cambiarono e il rosso sarebbe stato esclusivamente il colore del sangue.

Quel giorno le cose cambiarono. Le cose cambiarono perché alle sei e cinquantadue un cervello umano con ancora aggrovigliati alcuni capelli rossi (tinti) non era più situato nella propria scatola cranica, bensì sul marciapiede opposto a quello dove invece sostava il corpo con ciò che rimaneva della testa.

Un cervello solo, spaurito, un cervello che fino a qualche istante prima non avrebbe pensato ciò che, invece, all’atto pratico, ha subito.

Il cervello di una semplice donna dai capelli rossi che ogni mattina, con fare metodico e quasi maniacale, si alza, si lava, va al lavoro. Un lavoro che, come il novanta per cento degli uomini se lo si rapporta al proprio lavoro, odia.

L’uomo non odia il lavoro in genere, odia ciò che egli fa, odia il proprio di lavoro, perché i lavori degli altri sono sempre i migliori.

Chi può aver interesse a far esplodere una testa così umile, così razionalmente metodica, così normale ? (Lì dove “umana” è parola aliena alla società).

Ma qui c’è un fatto. Il fatto è quello che ci rende partecipi dell’esistenza di una donna che non è più definibile tale.

Una donna punita dalla vita prima del previsto, prima che la sua pelle si avvizzisse naturalmente per l’età, prima che le rughe comparissero sul suo volto, prima che i seni le cadessero e le ascelle non fossero più depilate alla perfezione. Prima che la morte stessa potesse affacciarsi, presentandosi, nella sua esistenza.

Una donna che è una ragazza.

Una donna che aveva, o forse ha, se la morte è inizio del sogno o vita vera, soltanto ventinove anni.

Ventinove anni ad aspettare qualcuno che ti faccia saltare il cervello, ti faccia sostare nel limbo infernale, mortale, indicibile, melanconicamente triste di un abbaglio maestoso, pochi secondi e niente più, la perdita dei sensi, morte della mente, dell’anima, del corpo, atto estremo d’omaggio per chi ci guarda, ci scruta, dal tempo dei tempi al domani onnivoro.

Quello stesso domani onnivoro che si spaventa nel guardarsi indietro, nel guardare il passato, il presente, e anche il futuro.

Un cervello volato via. Il nulla. Il nulla eterno, più drammatico e doloroso per chi crede che dopo la morte non ci sia nulla, per chi crede che l’ultimo respiro coincida con l’ultimo granello di vita, e poi nulla. Nulla più.

Ha senso indagare su una morte del genere ? Forse i professionisti del settore dovrebbero raggiungere un cinismo tale da fargli dire “Basta !”, da fargli dichiarare: “Cosa ancora ci spinge a cercare ?”.

Una morte, due, tre, cosa volete che cambi ?

Cambia qualcosa la presenza di una donna su questa terra ?

Può portare cambiamenti, variazioni umane, sociali, questa presenza ?

È utile a qualcuno la sua vita e, a questo punto, la sua morte ?

Dov’è la nostra utilità, in quale piega dell’esistenza risiede il reale ruolo che ognuno di noi ricopre in questo pianeta, in questa società, in quest’esistenza ?

Ma il dovere è importante. Il dovere, il lavoro, il proprio ruolo è ciò che tiene l’individuo ancorato alla vita, ciò che non lo fa affondare, l’illusione che la sua utilità sia qualcosa di visceralmente unico e importante, indispensabile anche agli altri.

Quando però non si trovano moventi, non si hanno tracce, prove, il lavoro diventa tortura, si tramuta in notti insonni, diventa dannazione dell’anima e fallimento personale, si trasforma nell’ossessione morbosamente maniacale che ti attanaglia il cervello, ti lascia senza fiato, ti accelera il battito cardiaco in un’afosa giornata di Luglio col sole violentatore che nulla risparmia, dalle mosche alla merda sulle strade, dalle facce arse alle mani callose di un contadino di provincia.

La donna dai capelli rossi si chiamava Sara. Giovane e frustrata impiegata come tante, una Rita Hayworth del popolo che si tingeva i capelli per non apparire più se stessa, per non essere sempre uguale o forse, più semplicemente, per non essere nulla.

Il cambiamento. Cambiano i giovani quando le insoddisfazioni li portano a rifiutare il proprio essere, dentro e fuori.

U.B. è il protagonista di questa storia.

Trentotto anni, bruno, alto, detective. Occhio vigile, bevitore assiduo, pessimo amante.

La prima domanda che si pone non è chi ha ucciso la donna, ma perché lo ha fatto.

Chi è Sara, quale era la sua vita prima che morisse ?

Queste domande pulsano sulle tempie dell’uomo, non lo fan dormire, non lo fan rilassare.

Non lo fanno vivere.

Una telefonata. Al quinto squillo l’uomo risponde.

Una rivelazione.

La donna dai capelli rossi aveva una relazione con un certo U.B. …

Giuseppe Ceddia

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Un pensiero su “Capelli rosso sangue (short story)

  1. …………………I capelli rossi sono un’arma a doppio taglio…………………..mi fa sorridere…ma almeno io sono naturale 🙂

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