Leggiamo anche con gli occhi dell’anima

Apriamo un qualsiasi manuale di letteratura italiana, soffermiamoci su una poesia, vedremo il testo incolonnato più o meno al centro, le note tutt’intorno a far da cornice. Si leggono le note quasi sempre, perché rendono chiara un’espressione che, forse, a un primo impatto risulta ambigua, poco chiara. Già, le note. Le note contengono in parte la traslazione semplice di ciò che il poeta – in alcuni casi ermeticamente – vuole comunicare. Proviamo a leggere una poesia anarchicamente, senza l’ausilio delle note. Mi chiedo quanta leggerezza e passione in più desterebbero in noi i versi che il nostro occhio cattura. Forse l’associazione non è delle più felici ma quando guardiamo un film in lingua originale con sottotitoli, il nostro occhio perde alcune caratterizzazioni delle immagini concentrato com’è sulle scritte in sovrimpressione. Forse un film andrebbe visto prima in lingua originale, poi doppiato per far sì che l’immagine (che è pane filmico) renda quel che contiene e trapassi la pupilla di chi osserva. Quando si leggono le note di una poesia si abbandona la poesia, l’occhio è distolto, poi ritorna a leggere il componimento mentre la mente riflette sulla nota appena letta, non è questo forse uno snaturare la poesia? Proviamo a leggere una poesia facendo finta che le note non ci siano, sarebbe bello tentare una nostra personale spiegazione o riflettere su un’impressione soggettiva che lo scritto ha in noi destato, senza accademismi. Allora, in questo preciso istante, si colloca il famoso dubbio che pone la poesia su un duplice binario, da un lato “quello che realmente vuol dire il poeta” (ma potremo mai realmente saperlo anche leggendo numerosi saggi di critica?) dall’altro quello che il lettore coglie da ciò che legge. Chi siamo noi per interpretare a nostro piacimento il messaggio di una poesia, le parole che la compongono, le metafore che la condiscono? Noi siamo lettori, la critica è un’altra cosa, potrebbe chiosare qualcuno. Ma allora la creatività del lettore che fine fa se dopo aver letto una poesia andiamo a leggere centinaia di pagine critiche su quella poesia stessa? In ambito universitario viene mal salutata la scrittura critica di matrice creativa (o meglio non accademica, non togata) eppure quanto avrebbe bisogno la critica di scollarsi di dosso certo ermetismo della parola, certi corollari che sembrano voler dire soltanto “guardate come è complessa la mia scrittura, sono un luminare”.

Come no. Non c’è difficoltà più grande invece che scrivere di cose ardue in modo semplice, questo altrettanti accademici lo dimostrano, ma sono in minoranza. La creatività. Parola pericolosa. Oggi tutti scrivono, le persone che scrivono superano il numero di coloro che leggono. Forse anche la creatività meriterebbe di essere gerarchizzata. Note, critica, poesia, lettore, interpretazione accademica, interpretazione non accademica, reale messaggio del poeta, messaggio che il lettore vuole cogliere. Abbiamo tutti alle spalle vite differenti, il pensiero associazionistico di fronte a dei versi ci porterà in luoghi (di)versi, fatti di ricordi, immagini, sensazioni, colori e parole.

Leggiamo una poesia con il cuore, poi con il cervello, avremo due poesie diverse. Leggiamola senza badare alle note e poi badando ad esse, avremo altre due poesie, leggiamo un testo critico su una poesia e rileggiamo la poesia, avremo una quinta poesia, la poesia diventa l’uno nessuno e centomila di pirandelliana memoria o un gioco di specchi di borgesiana finzione.

Saggio sapere cosa aveva in mente il poeta, saggio e giusto interpretare la sua visione del mondo, ma non perdiamo la nostra volontà percettiva, il nostro modo di vedere le cose, il verso che ci ricorda una donna amata, un avvenimento essenziale alla nostra crescita. Leggiamo non soltanto con i due occhi che abbiamo inseriti in volto ma con i mille occhi che la nostra anima contiene.

Chissà che non captiamo il vero messaggio del poeta più di quanto si è cervellata su esso tanta critica. Al cuore non si comanda, al cervello a volte, agli occhi mai.

Giuseppe Ceddia

 

dal film “Leolo” (Jean-Claude Lauzon – 1992)

Questa notte il piccolo Godin tornerà tardi a casa. Sua madre gli guarderà le dita per paura che suo figlio fumi di nascosto. No, signora Godin, suo figlio si fotte quello che gli danno, ha il pisello mangiato dai batteri. Ingoia tutte le pasticche che trova per dimenticarsi di lei. La domenica, quando lo obbligate a lavarsi, prima di andare in chiesa, ne approfitta per andare a prostituirsi. La carne bianca vende meglio. Ma, non si preoccupi, non fuma, perché sennò soffoca. Scoprì cos’era fottere tra l’ignoranza e l’orrore.

Poiché sogno, io non lo sono.  Poiché sogno, sogno. Perché la notte mi abbandono ai miei sogni, prima che venga il giorno. Perché io non amo, perché mi spaventa amare. Non sogno più. Non sogno più.

Tu, mia Signora, audace e malinconica, che con grido solitario fendi la mia carne offrendola al tedio, tu che tormenti le mie notti quando non so che strada prendere, ti ho pagato cento volte il mio debito. Delle braci del sogno mi rimangono solo le ceneri di un’ombra della vergogna che tu stessa mi hai obbligato a sentire. E la bianca pienezza non era come il vecchio interludio. E se una bruna dalle caviglie sottili che mi inchiodò la pena di un petto lacerante nel quale ho creduto. E che non mi lasciò altro che il rimorso di aver visto la luce nascere dalla mia solitudine. E andrò a riposare con il capo tra due parole. Nella valle dei Dominatori. (dal film “Leolo” – J.C.Lauzon)

Letti disfatti e occhi ruggenti

Occhi addolorati che posano su me conflitti mai sopiti,

L’amo, non l’amo, forse è terrore d’ammettere la prima,

Giusto per tentar una nuova rima.

Dopo l’amore, i liquidi che si incontran diventan fiori appassiti, per ancestrali paure.

Conservo di lei una foto, sul mio letto nudo di lei nuda,

che fissa il vuoto, specchio immenso del declinante attimo

lei fissa e io sto male, mille scuse vorrei farle,

perché vedo il suo dolore derivante da me,

dolore figlio del non capire, dolore figlio del senso morto,

tristezza negli occhi guardinghi, nelle mani sinuose,

di una voglia di crescere che io sostengo

poi via, in algide notti come in roventi estati, a fare l’amore, poi dormire assopiti nell’abbraccio letale del nulla.

Perché poi, di quella foto, io conservo la faccia appuntita di fugaci ebrezze amorose, il particolare della ginocchiera che copre il risolto problema,

io so, io conosco il suo cuore, sento che Amore infilza i suoi spilli, li gira e rigira,

come dita nella piaga rovente dell’esistere,

perché lei mi è vicina, vive il mio vivere, stuzzica la corda della mia saggezza,

perché poi io, giullare immenso di essenzialità svelata poco a poco, esatta mistura di scandalo e nulla, in realtà posseggo il terzo occhio, il divenire esausto del suo io che lotta e fa l’amore come spirito inquieto di veglie erotiche.

Poi dentro lei, io per un attimo rinasco e rivedo l’utero materno, la luce nuova.

Mi assopisco. Con lei accanto. Al mattino il riso del risveglio.

Giuseppe Ceddia

Europei sporchi di sangue

Penso che, senza “se” e senza “ma”, questi campionati europei di calcio vadano boicottati. Boicottati perché sporchi di sangue, boicottati perché per rendere le città ucraine più agevoli e più esteticamente accettabili per i visitatori di tutta Europa (entità misteriosa della quale dubitiamo ormai dell’esistenza) sono stati sterminati – con modalità tra le più truci – migliaia di cani randagi. Le immagini che si trovano in rete parlano da sole e indicano non solo una capacità dell’uomo quasi naturale di rendersi assassino, ma anche la vittoria di certa società dello spettacolo (rileggersi Debord, please) che sulle proprie spalle, pur di rendersi accettabile e plasmata al gioco sociale, non si fa scrupolo di essere responsabile di un massacro di esseri viventi, quali sono (anzi erano) i randagi in Ucraina. Quel pallone che vediamo rotolare in campo, calciato dai piedi di giocatori delle varie nazionali, è una sfera macchiata di sangue, è una sfera che ha assorbito l’oppio del popolo calcistico che ormai ha sostituito quello religioso di marxiana memoria. È un feticcio di sublimazione della frustrazione umana che guarda giocare gente che in un mese guadagna quello che l’uomo medio fa suo in anni di lavoro.

Prima dell’inizio di questi campionati europei, l’indignazione umana nei riguardi di tale massacro pareva essere assai presente e valida nel denunciare l’accaduto, eppure ieri la memoria è stata chiusa da un alone di polvere e dimenticanza che ha ostruito i canali della coscienza, dello sdegno e della protesta.

Durante Italia-Spagna a quei poveri randagi, a quel sangue versato, a quelle pallottole che hanno squarciato le loro carni, alle corde che li hanno impiccati, al veleno che ha corroso le loro viscere, ai bastoni che hanno spaccato le loro ossa, nessuno credo ha pensato in modo netto e nessuno forse, tranne pochi, ha provato vergogna, vergogna di esser complice (seppure soltanto visivo e non materiale) di uno spettacolo nobile per carità (quale è il giuoco del calcio) ma – nello specifico e presente caso – imbrattato di viscere di animali innocenti, colpevoli perché randagi, colpevoli perché abbandonati o senza padrone, colpevoli di essere corollario visivo poco accetto e poco esteticamente aduso a sposarsi con l’organizzazione delle città che ospitano l’evento.

I randagi ucraini sono specchio di una società imbarbarita al punto tale che il debole deve vergognarsi di esser tale, e cosa sono i randagi se non gli homeless del mondo animale? Si ammazzano gli uomini poveri che vivono per strada, si derubano i clochard della loro anima (che possiedono più di tutti gli altri); che male c’è dunque a sterminare – per il bene dello spettacolo – migliaia di cani? Già, che male c’è. Il male qui non appare affatto banale. Qui si parla di strage organizzata e decisa a tavolino. Anche l’erba dei campi di calcio son riusciti a tingere di rosso. Vergogna.

Giuseppe Ceddia 

Il mondo è morto

Il mondo è morto eppure ancora stolti sorrisi decorano le bocche

 

il mondo è morto eppure si ha il tempo di abbandonar gli animali

 

il mondo è morto eppure qualcuno crede ancora in Dio

 

il mondo è morto eppure la falsa leggerezza regna sovrana

 

il mondo muore e chi ha idee è condannato a esser solo

 

il mondo è morto e il sanguigno è sinonimo di arroganza

 

il mondo è morto eppure si parla di figli

 

il mondo muore perché i padri han mangiato i figli

 

il mondo è morto. Troppo spesso e ancora…il mondo muore.

 

Il mondo è morto perché la vita umana non ha più peso e valore

 

il mondo è morto perché il magma ha investito le menti del popolo

 

il mondo muore perché son tutti proni nell’adorazione della falsa parola

 

il mondo è morto perché la dignità è appesa a un filo che sta spezzandosi

 

il mondo è morto perché è vergognoso che non ci si vergogni

 

il mondo muore perché l’umiltà è morta

 

il mondo è morto, si spegne, geme, è un morto che ancora si lagna

 

ma muore a poco a poco, muore anche da morto.

 

Non finisce di morire il mondo morto, continua a morire da morto.

 

Il mondo muore, sta morendo, è morto, e l’uomo non si accorge di ciò

 

il mondo è morto perché l’han ucciso a sassate, lapidato

 

il mondo è morto perché l’han brutalizzato, schiavizzato

 

muore il mondo se non si cura il foro da cui sangue bollente fuoriesce

 

il mondo è morto eppure i denti bianchi sornioni sorridono al denaro

 

il mondo muore e si difende l’estraneo e non la madre

 

il mondo è morto perché non il povero vien toccato dal pensiero

 

il mondo è morto perché il pensiero va alla razza dannata del politico che raccomanda

 

stanno uccidendo un morto, fucilando un defunto, gambizzando un cadavere.

 

Il mondo è morto anche se la gente morta crede di vivere,

 

il mondo è morto perché osserva l’illusione di gente che si crede viva,

 

muore il seme del mondo se la corolla umana scioglie al vento le sue lacrime

 

il mondo è morto e a me piange il cuore.

 

Le parole han ucciso il mondo, il mondo è l’uomo,

 

e si uccide il mondo se si uccide il cuore dell’uomo.

 

Il mondo è morto, piccoli vermi umani

 

Il mondo è morto

 

Una buona volta cancellate quegli ebeti sorrisi

 

stuprate il falso buonismo,

 

ma cosa volete, ammazzare dio (in minuscolo)?

 

Il mondo è morto perché l’avete immolato al nulla,

 

avete rubato, uomini, l’anima delle cose

 

avete scambiato la sensibilità con la debolezza

 

e le lacrime con la poca forza,

 

il mondo muore perché l’amore muore

 

e muore l’amore quando si preferisce mentire.

 

Il mondo è morto, basta colpirlo,

 

basta frustate frustranti…

 

è già morto, non colpite ancora.

 

Uomo, sei senza pietà. Davvero.

 

Sono morto. Io, mondo, son morto.

 

Voi non vi slanciate nel pensiero e m’ammazzate.

 

Voi condannate  ancora l’eretico  e bruciate la strega della parola.

 

Ora, senza me, ridi pure,

 

architetta idee, credi pure all’asino volante.

 

Il mondo è morto, piccoli bambini,

 

hanno ucciso anche le fiabe.

Giuseppe Ceddia

Amore…

Giorgio e Sara erano sposati da appena due anni.

Fu così che un giorno, col dolore che gli lacerava il cuore e l’anima, Giorgio prese di petto la situazione e, mentre erano seduti in cucina per la colazione, parlò a Sara: Non ce la faccio – le disse – renditi conto che questa situazione sta diventando insopportabile per il sottoscritto, non riesco più a farti da marito e, contemporaneamente, da psicologo, anche perché non so se ne sono all’altezza. Sara lo guardava, muta, non emetteva un suono. Sembrava non respirasse neanche.

Poi, dopo qualche minuto di inquietante silenzio, Sara parlò: Ma cosa dici ? Non avevi mai posto il problema in questi termini. Siamo sposati da due anni e solo ora ti ricordi di parlarmi di una questione così delicata ? Non è che per caso è successo qualcos’altro e stai scaricando sulla sottoscritta le tue frustrazioni ? Se è così puoi anche andartene. Subito.

Sei pazza – la incalzò Giorgio – Non ti rendi conto del male che stai facendo a entrambi, mi fai assumere un ruolo che non è quello che vorrei, non mi appartiene e, cosa peggiore, non so neanche se mi ami. Parliamo di questo, cosa sono per te ? Lo psicologo che, venendo a letto con te, ti fa dimenticare quello che hai subito oppure sono l’uomo che ami davvero ? Cosa cazzo sono per te ? Mi ami ?.

Ancora il silenzio e il turbamento nello sguardo della donna la facevano da padroni, poi disse: Amore ? Ma certo. Certo che ti amo, non dovrebbe neanche sfiorarti l’idea che così non sia. Certo che provo amore nei tuoi riguardi, come potresti pensare il contrario ? Mi offendi.

Giorgio era in preda al panico. Non credeva più a nulla, gli sembrava di essere sospeso in una realtà parallela, Sara era diventata un’estranea, la guardava parlare ma non la udiva, vedeva le labbra che si muovevano ma non riusciva a percepire il minimo suono, quasi non ne emettessero alcuno. Come nei sogni.

Poi si ridestò. Sara stava urlando: Hai capito cosa ho detto, ti sto dicendo che ti amo !

Giorgio la guardò. Poi disse: Mah ! Amore…

 

Giuseppe Ceddia

 

 

L’Italia trema. Che fare?

Qualche mese fa, in un locale della mia città, ho presentato un piccolo libro dal titolo Viaggio IN-Giappone.  L’autore è un mio amico, si chiama Leonardo Romanelli (ma si firma Liò), nativo di Cerignola (Foggia) ma residente a San Ferdinando di Puglia. Leonardo è un agricoltore, nel 2004 scopre l’esistenza di un’associazione che fornisce la possibilità di lavorare in aziende agricole biologiche in tutto il mondo, in cambio di vitto e alloggio. Da allora Leonardo non si è più fermato, è un nomade, col corpo e con l’anima, un lavoratore peregrino, un esempio di curiosità umana.

Il libro in questione è una sorta di diario di bordo che Leonardo ha scritto nei giorni passati in Giappone, solo uno dei tanti paesi che ha visitato e nei quali ha svolto le sue mansioni. Le piccole schegge di riflessioni quotidiane vanno dal Gennaio al Marzo del 2011. Ciò significa che Leonardo ha vissuto anche l’esperienza dello tsunami in terra nipponica. Non direttamente, ma di riflesso. Scrive nella presentazione: ero molto distante da Fukushima, a circa 800 Km. Non ho avvertito la scossa, ma ho potuto vedere e vivere le reazioni dei giapponesi di fronte a una tragedia del genere. Coscienti di vivere in uno dei paesi più a rischio del mondo ho potuto notare la solidarietà e l’organizzazione di questa cultura.

Non è mia intenzione parlare qui del libro di Leonardo, mi è servito ricordarlo solo ed esclusivamente per un processo associazionistico con quanto sta avvenendo nel Nord del nostro paese in questi giorni, Emilia Romagna in particolare. La terra trema in Italia e, a quanto pare, le trivellazioni continuano, il rispetto verso la natura continua a scemare, l’uomo – stupidamente e pateticamente – continua a sfidare la natura stessa.

L’Italia è un paese – la storia lo insegna – che riesce a reagire e ad alzare la testa solo quando la testa stessa è già per tre quarti affondata, una reazione in differita mi verrebbe da dire; riguardo però al prevenire siamo davvero messi male e avremmo tanto da imparare se guardassimo all’organizzazione di altri paesi. Leonardo mi raccontava di quando, camminando per le strade giapponesi, aveva la sensazione di rimbalzare sul terreno, il pavimento sembra elastico mi diceva, è una sensazione strana, forse non piacevolissima, ma chi ci cammina su quelle strade sa che non può essere altrimenti. Il Giappone è uno dei paesi con il più alto rischio terremoto di sempre, i palazzi del Giappone sono flessibili, ondeggiano, in una tragicomica azione di resistenza e organizzazione.

Cosa sta aspettando l’Italia, cosa stanno aspettando – chi di dovere – per dotare le zone a rischio (e anche quelle non a rischio che, con l’andare del tempo, lo diventeranno, se si continuerà a barattare la natura coi propri interessi personali) di strutture adeguate, costruite secondo i canoni?

Noi italiani siamo malati di esterofilia, non facciamo altro che dire che altrove si sta meglio, quando si tratta di cogliere però esempi derivanti da altri paesi, a noi lontani geograficamente e culturalmente, latitiamo.

I grandi giornali tacciono e questa è una vergogna, solo sulle pagine de “Il Manifesto” – qualche mese fa – si è denunciato lo scempio che sta avvenendo in Basilicata. Lo scenario naturale lucano, uno dei più belli e incontaminati finora, verrà anch’esso reso preda degli accalappiatori di oro nero.

Ma allora di che stiamo parlando? Dove finisce la responsabilità dell’uomo e dove inizia la calamità naturale in sé? Sarebbe curioso stabilirlo questo pur labile confine, rimboccarsi le maniche per far sì che la natura, in qualche modo seppur romanzesco, ci sia amica.

L’Emilia trema, l’Italia trema, da questo assolato Sud scrivo con la mente vicina alla gente del Nord, scrivo con la consapevolezza che alcuni sismologi hanno pronosticato un forte terremoto anche qui al Sud, tempo un anno. Al disequilibrio sociale, politico, economico, si è aggiunto anche quello naturale. La terra va rispettata e, forse più dell’uomo, tende a ribellarsi.

Politici italiani, popolo italiano, un po’ d’umiltà su! Qui nessuno è immortale, cà nisciun ‘e fess! direbbe il buon Eduardo.

Gli esempi cogliamoli dai posti giusti, dai popoli uniti, dalle infrastrutture adeguate, e la spina dorsale, assieme alla testa, cerchiamo di alzarla un po’ prima di essere sommersi quasi completamente.

Giuseppe Ceddia

STORIA SURREALE DEL BASSOTTO CHE RIMPICCIOLISCE (un sogno di qualche anno fa)

I cani sono sempre stati la mia passione. Quando guardo un cane sento che la vita m’appartiene ancor più, sento che l’essere umano non merita la considerazione di un altro uomo, l’animale invece si accontenta e, soprattutto, vive per te, si danna e muore per te, i cani in particolare. Sì, perché un cane non è un gatto (bella scoperta, direte voi lettori, chi crede d’essere questo, un istruttore per ciechi?), intendo dire che il cane non è un gatto dal punto di vista “umano”. Il cane dipende da te, ti segue, morirebbe se tu non gli dessi del cibo, se non lo accarezzassi ogni tanto, se non gli dimostrassi che esiste, se non dessi a lui la possibilità di dimostrarti che tu esisti, non solo per lui, ma nel mondo. La tua esistenza diventa il film preferito che il cane ama guardare, un dog-movie.

Dicevamo che il cane non è un gatto. Non è un gatto e io amo i cani più dei gatti. Sia chiaro, non è che se vedo un gatto lo investo con la macchina o gli somministro polpette avvelenate, ma mi procura una inspiegabile, e non cattiva e volontaria, diffidenza felina.

Il gatto, con la sua innegabile autonomia, non realizza la dipendenza umana, non ti dice “Guarda che senza di te, sono fottuto” (come il cane fa, guardandoti di sottecchi quando vuol mangiare o quando vuole scendere per fare un goccio), il gatto è autonomo, si fa i suoi giri, ingravida gatte in calore, manca quanti giorni gli pare, torna come nulla fosse, si rannicchia sulla sua (e dico sua!) poltrona con plaid annesso.

È come se il cane, al contrario del gatto, ti facesse sentire, pur senza volerlo, più utile, più umano, più indispensabile alla sua esistenza. Questo non per colmare frustrazioni umane che tutti possediamo, ma per puro spirito di sacrificio, per l’unico scopo che ci fa guardare allo specchio e dire: “Sono utile a qualcuno, sono indispensabile per l’esistenza di quest’essere vivente”. Tutto qui. Il cane è prolungamento della nostra volontà di esistere, della nostra sublime arroganza umana che si nutre dell’esasperazione degli affetti, è punto essenziale del sentirci vivi, non disossati, non da buttar via nel cumulo d’immondizia animata.

Bel preambolo eh? La storia che voglio narrarvi non è una storia da me vissuta in prima persona, non qualcosa di realmente accaduto ad altri, non un documentario visto su qualche canale satellitare scientifico, tanto meno un desiderio che la mia mente vorrebbe vedere realizzarsi, anche perché, in quest’ultimo caso, sarei da rinchiudere subito in un centro psichiatrico. Non per maltrattamenti su animali, ma per “onirici” e non volontari stati d’allucinazione che mutano i corpi, fan vedere il surreale nascosto nelle pieghe del limbo nel nostro inconscio.

Ho fatto un sogno. Ho partorito un incubo. Ho creato la malattia.

Un amico mi regala un bassotto, sapete quei bassotti belli, perfetti, bassi al punto giusto, di quelli che ti fan dire: “Toh! Un bassotto originale, un bassotto di razza, con annessi e connessi”, insomma mi regala un bassotto serio, mi regala IL BASSOTTO!.

Ma i sogni son ingannatori, sono specchio deforme e lucido (ossimoro?) della realtà, sono quello che vorresti ma anche ciò di cui faresti volentieri a meno, sono il corpo utile alla guerra e non alla pacifica convivenza sociale, umana, mortale.

Infatti, amici umani e canini, non ricordo se il bassotto mi fu regalato oppure semplicemente “prestato” per qualche giorno da un amico in partenza per un certo periodo, oppure per sempre, il quale si volle assicurare che io badassi alla sua bestiola.

I sogni, ah i sogni! Falsi come un apostolo, ebbri come un satiro, sensuali come una donna.

Bassotto: Cane da tana dal corpo lungo e basso, con zampe storte e cortissime, così dice il dizionario, ma una descrizione del genere farebbe venir voglia di possederlo un esemplare simile? Chissà.

Prima di raccontarvi per esteso il sogno sarebbe giusto chiedersi, o perlomeno sarebbe giusto che io mi chieda, il perché, lo scandaloso motivo per il quale io abbia concepito, partorito, e ora stia tramandando, questo sogno. Non è che mi abbia mai fatto impazzire questa specie canina, anzi, ho sempre preferito i cani di grossa stazza, anche se non ne ho mai posseduti. Il mio cane preferito, ora nel regno dei morti, è stato (lo ammetto) un meticcio, un incrocio tra un volpino e un bassotto (guarda un po’). Credo di averlo amato moltissimo, mi capita tuttora di sognarlo, di sentire – quasi fosse uno spirito – i suoi passi nella mia stanza, nel corridoio di casa. Sapete, venne a morire da me, nella mia stanza. Poi spirò tra le mie braccia. Non lo auguro a nessuno, piansi per tre giorni di fila.

Avevo il bassotto con me. Ero predisposto, con tutta la buona volontà, a prendermene cura. Mai avrei potuto, io, volontariamente, fare del male a un animale, specie a un cane.

Invece avvenne l’inenarrabile, accadde ciò che, razionalmente o lucidamente, mente umana mai potrebbe concepire, avvenne il meta-sogno surreale dell’eclissarsi della lucidità.

Si verificò la trasformazione macabra che ora vi dirò.

Portavo a spasso l’animale tranquillamente, un passo, due, un’alzata di zampa per fare il bisogno (era un maschio), un altro passo, due, incontravo qualcuno per strada che mi chiedeva: “E’ tuo? Com’è carino, quanti anni ha?”, cazzate del genere, poi ancora qualche passo, un’altra pisciata, una scodinzolata e nulla più. Sembrava che il bassotto, forse presumendo che avessi già posseduto suoi colleghi, si fidasse di me, sentisse nella mia persona un amico, non un estraneo. Un suo simile? Forse.

Fatto sta che il bassotto sembrava esser diventato il prolungamento di me stesso, socievole, pieno d’affetto per ogni passante o conoscente che incontrassimo (sarà la mia forsennata voglia d’incontrare qualcuno simile a me, per non dire uguale?), giocoso, falsamente gaio e attore di prima categoria, mentore straordinario, clown di giullaresca memoria, che vive morendo. Il cane era mio fratello, mio simile e disturbato amico.

All’improvviso, non so per quale impulso umano, canino o innaturale che fosse, mi resi conto che il quadrupede aveva fame.

Ora, stare a ricordare nel sogno cosa io avessi somministrato all’animale per saziarlo, è impresa che definire ardua è poca cosa. So di averlo nutrito, ma non so di cosa. So solo che avevo adempiuto al mio compito, ossia saziare una creatura che aveva fame.

Qui comincia la trasformazione. Qui il sogno comincia a prender forma, inizia a farsi incubo.

Noto che il collare del cane comincia a risultar largo per il suo collo, infatti l’animale mi sfugge, il collare vola via dal suo collo, resto col guinzaglio penzolante in mano, il cane è libero, cerca di scappare ma lo afferro, posiziono di nuovo il collare intorno al suo collo, riprendo il guinzaglio  e continuiamo l’infinita passeggiata. Non ci faccio caso, mi è capitato centinaia di volte con altri cani, credo sia normale che il collare ogni tanto possa fuoriuscire dal corpo canino che lo indossa.

Il cammino va avanti, il cane sembra tranquillo, io pure. Gioca, salta, sembra sazio, si rapporta a me quasi fossi da sempre il suo padrone.

Questione numero due: chi me l’ha dato? Un uomo, una donna, parente, amico, conoscente? Non saprei.

Il buio mi coglie. L’onirico si fa nero pece se devo rammentare questo dettaglio, importante ma non essenziale. D’altra parte mica siamo in un poliziesco, o sì?

Un fatto è certo: io gironzolo per non so quali strade di non so quale città con un cane, il quale non so di chi sia, so che non è mio, ma non so se lo sarà. Non so se qualcuno verrà a riprenderselo, non so quanto mi tocca prendermene cura, non so quanti anni abbia ne tantomeno quale sia il suo nome. Un cane fuoriuscito da un quadro di René Magritte. Quasi quasi gli compro una bombetta.

Sogno: Attività psichica che ha luogo durante il sonno, caratterizzata da emozioni, percezioni e pensieri che si strutturano in una successione di immagini generalmente non regolata dalla logica o dalle normali convenzioni sociali, anche se apparentemente reale.

Appunto, apparentemente reale. Ma se è un sogno come può essere apparentemente, anche solo “apparentemente” reale? E se la realtà “reale” fosse il sogno e non la realtà che noi viviamo da svegli?

Il bisogno che il bassotto, questa volta, necessita di realizzare non è la pipì con alzata di gamba connessa, ma è qualcosa di più. Mi fa percepire, quasi si fosse creata una nuvoletta da fumetto sopra la sua testa, di dover defecare. Mi tira, mi trascina verso una strada isolata, si accovaccia e inizia l’operazione.

Beh, credetemi, non credo di aver visto tanta merda tutta insieme nella mia vita. Da quel minuscolo, lungo ed esile corpicino è fuoriuscita una montagna di escrementi, una massa informe di feci che mai avrei immaginato quell’animale potesse in sé contenere, un abominio, roba da far rizzare i capelli ma anche i peli di tutto il corpo, roba da far aprire i pori, da far risvegliare i morti, da far vedere i ciechi, da far peccare gli angeli.

Di fronte a ciò, paradossalmente, la mia domanda non è stata: “Come è possibile, tanta merda in un corpo così piccolo?”, bensì: “Gli avrà fatto male qualcosa che ha mangiato?”.

Ma cosa ha mangiato, quale vivanda io gli abbia dato è, come già detto, un punto nebbioso del sogno, una valle inesplorata del mio pensiero che non so se avrò tempo e voglia di perlustrare.

Ricordate il collare fuoriuscito dal collo dell’animale?

Certo che lo ricordate. Ora l’animale è praticamente quasi scomparso. Quanto può pesare un bassotto? Quanto può esser lungo?

Non saprei, ma credetemi se vi dico che l’animale era diventato meno di un terzo di ciò che era prima che defecasse. Si era prosciugato. Come è stato possibile, come è avvenuta la mutazione?

Di mutazione si tratta o devo farmi (io e non il povero animale) seriamente visitare?

Lo spirito del veterinario che è in me ha optato per le seguenti soluzioni (di fronte alla sincera pena, credetemi, che la bestia mi trasmetteva):

1)      Ciò che ho somministrato all’animale come cibo gli ha fatto malissimo. Di conseguenza ha fatto sì che l’animale espellesse dal suo corpo l’ultimo pasto più i precedenti milleduecentododici.

2)      Il cane ha problemi gastrici. Chi me l’ha affibbiato non mi ha avvisato di ciò e io devo piangermi le conseguenze: dolore dell’animale e salate spese veterinarie.

3)      Il cane non ha defecato (è stato solo un mio sogno nel sogno) bensì vomitato. Ciò che ha buttato fuori non è uscito dall’orifizio rettale, bensì dalla bocca. Cure orali e non anali, dunque.

4)      L’animale non è un cane. È un alieno (sotto forma di bassotto, almeno un po’ di fantasia però! Che so, un lama, uno gnu, un bradipo) che di fronte ai nostri OGM non ha resistito e ha vomitato-defecato facendoci capire quanto è spregevole la razza umana.

5)      I sogni non hanno senso, dunque è andata così come vi ho raccontato, senza una virgola fuori posto.

6)      Il cane non è mai esistito e io (che sono metà scandalo e metà nulla) ho sognato di averne uno.

7)      (La più probabile) Il cane non è mai esistito. E nemmeno io.

Giuseppe Ceddia

una repubblica fondata sulla morte

Il popolo italiano non ha arti solidi per reggere il peso di questo 2 giugno. Gli arti del popolo italiano – in questi ultimi sciocchi e drammaticamente reali mesi – son stati impegnati a lottare per non perdere un lavoro, impegnati a evitare di prender coltelli e fare sciocchezze o impegnati a prenderli quei coltelli, quelle corde, per togliersi la vita. Le gambe di molti italiani, negli ultimi drammatici giorni, sono state mosse da qualche demone burlone e inquietantemente crudele, mosse come fossero gambe di burattini che si dirigono verso finestre per spiccare il volo, fallendo come Icaro col sole. I credenti pensano che ci sia di mezzo il demonio, altri le profezie dei Maya, altri ancora forse entrambe le cose, i non credenti vedono scenari post-atomici da fine del mondo e, forse, a qualche forma spietatamente e spiritualmente diabolica iniziano a credere anche loro. Qui si ammazzano i figli e poi ci si ammazza, perché i soldi non bastano e il lavoro non c’è, qui non si rispetta più la vita umana perché la vita stessa manca del suo sostegno base, la dignità data da un tozzo di pane sudato col proprio lavoro, partorito dai nobili calli delle mani dell’uomo.

Morte è la parola che regna sovrana su questo feudo marcio, destrutturato, mefitico, insaziabile bocca che ricorda quella del Saturno di Goya che si sazia del popolo, dell’innocenza della sua anima. Allora cosa diavolo festeggiamo oggi? Festeggiamo la scura signora con la falce ottima giocatrice di scacchi.

Non facciamo finta di nulla in questa giornata e non riempiamo la nostra bocca di sterili sentenze verso la classe politica, verso chi pensiamo sia causa delle sciagure. Cerchiamo solo di tenere vivo il pensiero, di piangere con la mente, di far lacrimare l’anima anche se l’occhio resta asciutto.

Cerchiamo di avere rispetto dei morti (che si fanno vivi per i vivi) con un solo atto: facciamo silenzio oggi. Un silenzio che sia assordante e tenacemente vivo, spietato, un silenzio che crei giustizia nei piccoli atti quotidiani.

Giuseppe Ceddia