Cristo abbracciò la croce.

                                                                                                          E oserò io negare la sua immagine, quella della sua Croce ?

(J. Donne)

                                                                                                                                              Indossò i suoi vestiti, varcò la soglia e morì.

                                                                                                                                                                                                            (D. Thomas)

I

Quando ero bambino caddi.

Caddi sulle mani, me le guardai e avevo le mani di Abramo Lincoln. Un sogno così altro non è che un sogno. Ascolto fluidi suoni di chitarra. Dove sei amore mio, dove ?

Vigilia di Natale 2007, sta per volar via anche quest’anno, un altro pezzo di cuore che si stacca, un altro alito di respiro che prende il largo tra i campi di cotone di un immaginario Sud e il reale cemento cittadino.

Steso sul letto dove alberga la coperta di lana a quadri fatta da mia nonna dieci o più anni fa, testa al muro, penna in mano e pensieri che volano come piccioni schiaffeggiati dal vento.

Solo. L’odore di una morte invisibile, non fisica, non palpabile, m’assale.

Parlo con i libri, con il vino, con le sigarette spente che danno alla stanza un tanfo di chiuso, penso a lei. Il tanfo mi ricorda un’altra casa, quella in cui sono stato svezzato. Tra le gambe io sono stato svezzato.

Kevin Ayers canta Champagne cowboy blues con fare lento, dimesso, come un vecchio sceriffo di frontiera. Scatta un violino come un pugno nello stomaco.

Prendo un pezzo di salame, un tarallino, li metto insieme in bocca quasi fossero due amanti, bevo del vino e attendo la pagliacciata di quest’altra sera.

Mi ci voleva una sedia a dondolo color verde mantide (atea) che mi cullasse come un infante, come un mostro.

Vorrei sputare dal finestrino di un treno, a Milano, piovosa, ingrigita dalle facce dell’alta finanza e dell’economia nazionale. Penso a lei.

Il flusso dei miei pensieri si perde come aghi nel vento, il piede sinistro è congelato, quasi stessi andando via pezzo a pezzo. Un piede, poi la gamba, un braccio, la spalla, fino alla testa, fino all’oblio laocoontico che ti abbaglia la vita spesa a leggere, bere, dire.

Patetico e poco sacro delirio di solitudine.

Potrei trasformarmi. Magari in un samurai e farmi saltare la testa con una spada affilata, in un pellerossa che dandosi una lancia nelle costole se le fa schizzare via, in un uomo primitivo che blatera qualcosa poi muore privo di qualunque sensualità.

Ecco, siamo privi. Siamo assuefatti alla privazione. Ci piace privarci o essere privati per meglio ergerci a ruolo di vittima sacrificale, poveri reietti di questa società post-realistica e sub-urbanizzata così caotica che ci fa muovere come uno sciame di cicale che scrivono canzoni di protesta su qualche ramo di qualche quercia fuori città, tra una casetta di campagna e un pozzo, dal quale attingere l’acqua della nostra stessa ispirazione cantautorale.

Associazioni mentali.

Dove, ci chiediamo, saremmo soddisfatti ? Al caldo o al freddo ? Tra le braccia di una glaciale polacca o tra le gambe di una focosa cilena ?

La privazione. Ecco cosa dico, la privazione ci attanaglia le vertebre, si insinua come un’anaconda di sedici metri su per il culo per addormentarsi poi nella scatola cranica, attorcigliarsi al cervello e farci schizzare in movimenti surreali come un automa futurista, come una marionetta impazzita.

Noi non opponiamo resistenza e speriamo solo che qualcuno venga a bussare alla nostra porta e ci dica: “Bravo, hai vinto una nuova vita, piena di stimoli e tuoi simili”. Stronzate.

Invece bisogna darsi da fare, essere a volte spietati. Cercare quella belva che è in noi, farla scattare come un coltello a serramanico e radere al suolo gli avversari, prendendosela comoda, vivere di quel sano egoismo che sia il personale bastone di Abramo.

Dobbiamo essere dei nuovi profeti, profeti moderni di noi stessi, senza adesioni esterne, senza seguire lezioni di gente che si stima solo a metà.

Basta un po’ di vino, un paio di sigarette che vivono sapendo di avere in comune nient’altro che la stessa bocca, basta esplorare gli orifizi di cemento che affacciano nelle stanze della nostra selvaggia mente.

***

 II

 

 

 

Non toglietemi l’amore.

La cena è stata un disastro, un’orgia di ignoranza, di spiriti non eletti, di peccatori che chiedono redenzione.

I miei familiari sono vermi che ancora cercano la mela nella quale stabilirsi e partorire. Le minacce di mio padre sono il gradino più basso della sua lusingante e lusingata carriera. Un millepiedi con novecentonovantanove calli.

Il mutismo e la morte silenziosa, stavolta, faranno di me un santo.

Io non credo nel Natale, Gesù Cristo è nato ? Chi lo dice ? Chi è Gesù ?

La verità è questa, io non credo a Cristo figlio di Dio, credo a Cristo primo narratore colto dell’universo, spirito eletto, qualcuno avanti con la mente con pregi e tanti difetti. Umano ma non solo. Credo in un Cristo che ha ucciso, ha fornicato, picchiato e bestemmiato, un Cristo umano.

Ma le lacrime vengon prosciugate da altre lacrime.

Mi voglion ancora distruggere, non sono sazi, il braccio mi duole, scrivere è impresa biblica.

Ecco perché a volte, di notte, quando tutto tace, io parlo con quel dio prolungamento di me stesso e gli chiedo di farmi andar via. Per sempre.

Che stupri sono per le mie orecchie quei tappi che saltano da bottiglie di spumante, quelle urla di falsa gioia emesse dalla gente. No, la mia non è invidia dei loro egocentrismi che fanno a gara per imporsi. Provo pena.

La privazione della gioia è il dolore puro.

Io vorrei alzarmi, librarmi nel cielo, volare, stappare una bottiglia anch’io, fare l’amore, ridere, pescare una trota, cucinarla in un bosco, bere del vino rosso, morire e poi rinascere, iniettarmi la felicità con un ago invisibile esattamente al centro dell’aorta, vigilare sul mondo, reggere una fiaccola, gridare di gioia, erigere un mausoleo in mio onore. Questo vorrei. Che lei tornasse. E come una dea a più braccia mi togliesse il respiro e me lo restituisse sputandomi in bocca.

Resto invece fermo come il daino che attende di essere trafitto dalla freccia del cacciatore medievale.

Mi lecco le labbra, mi guardo allo specchio, nella mente un pluriomicidio, poi la resa.

Perdo, ma la vittoria – come un busto greco – campeggia nella mia mente.

***

 III

Natale sanguinante, famiglia in dissoluzione, mancanze e pensieri fissi, pugni al cervello, alcool.

L’opposizione umana a qualcosa è sempre così lieve, fragile, labile, che finiamo per non opporci proprio a nulla. Veniamo soltanto divorati, mangiati vivi dalla bocca del Saturno di Goya che ci sbrana l’anima, la carne, le viscere e le menti.

Domani è un altro giorno, ci diciamo, si potrebbe risorgere dalle ceneri, invece ci lasciam andare all’annientamento, l’autodistruzione brevissima e vigliacca. Più vigliacca dell’atto estremo di uccidersi con un colpo secco.

Una via crucis di autolesione al quadrato.

A volte il solo sentire la voce di tua madre che dice “E’ pronto a tavola !”

diventa un disturbo intollerante, ultrasuoni che perforano la tua vita.

Sembrano devastanti disturbi del sonno, quando il demonio ti parla all’orecchio. Sogni di premere il pulsante che accende la luce sul comodino ma non s’accende perché è il sogno nel sogno, è il metasogno che ti fa credere di esser sveglio, invece Morfeo gioca a scacchi con la mente tua e le tue palpebre.

L’erotismo massacrante che ti porta alla pazzia.

Sei uno schiavo nobile.

***

 IV

A un passo dal baratro sento di poter vivere a metà.

Stralunato e rinvigorito da nuove deliranti associazioni.

Ricordi del Marocco.

Così ostile alla modernità, così pieno di occhi scuri che sembrano truccati con una matita.

Qui in Europa è morta quell’ingenuità animale che caratterizza i loro gesti, i loro occhi, le loro risate genuine, strabordanti, forse poco eleganti, ma così sincere e amichevoli che il solo ascoltarle ti spacca il cuore, figuriamoci il vederle.

Per noi sono un pugno in pieno stomaco, di quelli che ti bloccano il respiro.

Quelle moschee silenziose, umide all’interno, ma col sole che le stupra dall’esterno, luoghi di raccoglimenti ultraterreni e pace estrema, estasiate autocelebrazioni della mente divinamente umana.

Le mosche assalgono l’uomo in gruppi , come partigiani uniti, senza traditori.

Diventa una sommossa popolare, poco elitaria, lontana dalla lotta tra formiche rosse repubblicane e nere imperialiste descritta splendidamente da Thoreau.

E poi la sabbia. La sabbia del Sahara, così scura e doppia, non paragonabile a quella delle spiagge del nostro Sud.

Anche se è “Sud” la parola magica, la parola della gente, della strada, dei vicoli malfamati, del cemento assolato, dei mercati, delle urla, dei delitti passionali, della morte, di un dito tagliato, del mare ormai sporco, del colore scuro degli occhi, dei tratti mediorientali che portano all’eccitazione perenne quel senso di possesso corporeo che logora e appassiona visceralmente.

Siamo sospesi tra un esasperante materialismo etico e corporeo da un lato, e un menefreghismo estremo dall’altro.

La bilancia non riesce a equilibrarsi, pende spietatamente sempre da uno dei due lati, non si trova l’equilibrio sacro, utopistico, saggio e selvaggio, che tanto si lotta per ottenere.

Un equilibrio che non troveremmo neanche se fossimo privati del cervello, del senso del dovere, del senso pratico dell’ignorante in noi assente, del senso teorico assente nel suddetto ma così spietatamente e brutalmente schiacciante nel nostro filosofeggiare cerebrale.

Affetti da un malato Romanticismo speriamo di trovare la cura nel rapporto sociale, nella mischia o, all’opposto, nell’estrema solitudine, nei miracoli della mente affidandoci a quel famoso dio (prolungamento di noi stessi) così idealisticamente esaltato e destrutturato da apparirci presente e assente nello stesso tempo, uccidendoci.

La natura è amica e nemica.

A volte siam così attratti dalla metropoli che schifiamo un bosco o un ruscello, altre volte vorremmo il perenne stato brado auspicando un’apocalisse che sventri il cemento cittadino.

Insoddisfazione perenne dell’uomo, dell’essere sub-umano che ci stiamo apprestando tutti a divenire.

Svuotati dei sogni, ci accontentiamo della parola frivola, del caffè, del fischiettare un motivo, di correre dietro l’amore, far sesso in un prato, cagare all’aria aperta, fumare una sigaretta.

Basta così e buonanotte.

Felicità ?

***

V

Intanto la penso.

Mi sembra assurdo che il solo vederti debba essere prerogativa di estranei e passanti e non del sottoscritto.

Questa penna che di lei scrive ma che non osa scrivere il suo nome.

La penna, se lo sapesse il suo nome, lo scriverebbe senza il mio consenso, senza l’aiuto del mio polso e delle mie dita.

O no ?

***

 VI

 

 

 

Nebbia così sottile che la vedi a un palmo d’unghia.

Lo sferragliare dei binari che odo ricorda urla da altri mondi, appartenenti ad altri esseri, altre entità.

Le due e trenta e non dormo, sono desto e vigile, vagheggio con la mente, imperterrito, ansioso, perseverante, pietrificato.

Pause e distruzioni alternate si muovono quasi fossero due giocatori di poker che alternano le mosse in una partita. Certo. Quella della mia vita.

Non si può lasciare il foglio bianco, bisogna lavorare, imprimere i dettagli, maniacalmente, divorando la vita, le pagine, i bicchieri e le zanzare.

Bere acqua pura e limpida come gli occhi di un infante innocente e non corrotto, pulito.

Così dovremmo riuscire a ritornare. Puri.

Pieni d’innocenza e di conoscenza, di voglia d’amore, sperare che una persona ti rapisca, ti tolga l’anima, il cuore, il corpo, spazzi via il dolore come il netturbino fa con la monnezza.

Deve avere la potenza di una bottiglia di vetro lanciata contro un muro con tutta la forza possibile da una mano troppo nervosa, troppo ansiosa, forte, insoddisfatta, vulnerabile, debole, triste. Bruciata.

Ci vorrebbe un marchingegno che ci spingesse il cuore sempre più su, sino a farlo cozzare con gli altri organi che, a loro volta, gli dessero la precedenza e lo facessero passare avanti fin quando esso non raggiunga il cervello e con questo instauri una lotta all’ultimo sangue, fratricida, di pura parità. Cuore e cervello, poi esausti, faranno l’amore e noi saremo finalmente felici, uniti, disperatamente flessibili alla vita. Ma cosa dico ?

Problema.

Avremmo cuore e cervello nella scatola cranica, sarà vuoto il torace, gli organi smossisi per far passare il cuore non troveranno più il loro posto originario, saranno disposti a casaccio.

Perché lui, il cuore, avrà trovato ciò che cercava, l’attraente materia grigia, pulsante d’attrazione come una pianta carnivora, come le sabbie mobili, come il sesso d’una giovane donna.

***

 VII

 

 

Ora avrei voglia di stendermi e prendere sonno.

Un lungo sonno costellato di sogni piacevoli. Ma cosa mi viene in mente ?

Il sogno piacevole è “delizia” del sonno, “croce” al risveglio, è sublime prima e mortuario dopo. È l’inganno. Uno strano, lento, decadente, sadico e supremo inganno.

Bisognerebbe forse “viverlo” il sogno, viverlo come se fossimo svegli, gestirlo con la nostra volontà, come se fossimo “padroni” (come tra l’altro dovrebbe già essere) del nostro sogno.

Non dobbiamo essere schiavi dei nostri sogni. Noi dobbiam essere i padroni e i sogni gli schiavi !

Divertirsi nelle associazioni è pura normalità umana, esercizio della mente fatto col sorriso sulle labbra, senza dolore, senza sforzo, pieni di fiducia verso noi stessi.

Ci piace vedere esseri buoni e malvagi che cenano assieme al banchetto per l’eternità, brindano alla vita eterna, al valore millesimale di un istante d’esistenza. Un po’ come quei quadri di Bosch, così astratti nella loro forse fin troppo reale e realisticamente affranta manifestazione visiva della vita.

Volontariamente perdersi nella selva oscura, non smarrirsi come accadde al nostro sommo poeta, ma andare noi incontro ad essa, volendolo.

Senza nessuna guida ad indicarci la via, far fuori le fiere sul nostro sacro cammino.

Un pugnale in una mano, un’accetta nell’altra e una rosa rossa tra i denti.

I toreri della vita. Il torero sfida l’onnipotente assurdità della vita.

***

VII  (2)

 

 

Ci si può non ricordare dell’ultima parola scritta.

Ma non dell’ultima pensata !  Di quella che ci ronza nel cervello come un bruco impazzito.

Quella casa così satura di odore chiuso.

Le mie scarpe sporche che lasciavano ovunque impronte, il riso cotto solo per me, il finto sonno sul divano, il cappello sul capo, tolto soltanto un attimo prima dell’orgasmo. Si faceva l’amore, non so neanche perché.

L’incidente all’incrocio di due strade, la piroetta, la morte intravista e salutata.

Uno spezzatino umano bollente condito con arsenico e nitroglicerina.

Addio ai campi di margherite velenose, montagne lucane senz’anima ma vive, addio ai fantasmi dei vari natali, al ghetto del giorno dopo, alla vulva incantata, stupida prugna matura.

Troppo matura.

*****

Giuseppe Ceddia

 

 

 

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