I racconti di Niccolò Agrimi, abruzzese di nascita ma pugliese d’adozione, hanno tutti alla base un’ottima idea di partenza. Laureato in filosofia e Dottore di ricerca presso l’Università di Bari, Agrimi ammette di non essere lettore onnivoro, cita però quelli che sono gli scrittori a lui più cari ossia Borges, Lansdale, Bukowski, Bunker, Ellroy, Bellow, etc.

E in effetti non si può negare che le influenze dei suddetti autori sono ben vive e presenti nella scrittura di Agrimi.

I racconti sono ora editi dalla Stilo Editrice (Bari) nell’ultimo volume della collana Nuovelettere dal titolo Sgualciti dalla vita – Racconti nudi e soprattutto crudi (pagg.104 – €10).

Sono diciotto brevi racconti che oserei definire – a loro modo – minimalisti, storie quotidiane che assumono caratteristiche di originalità, incontrollati istinti umani che vengono narrati dall’autore con piglio sagace e umoristico, anche laddove la drammaticità dell’evento raccontato poco ha di leggero.

Storie di dignità umana e turbe mentali, di amori non corrisposti che si tramutano in desiderio per se stessi, storie di boxe e di denti marci, di cani che muoiono e rapine sbagliate, di codardia che colpisce alle spalle e di dostoevskijani vecchi pontili, di piccole manie e torture che si subiscono al cinema, di fantascienza e pistole nelle tasche sbagliate, di treni borgesiani e di crudezze dell’anima.

Una menzione a parte, dunque speciale, merita quello che – per chi scrive – è il migliore dei racconti, ossia proprio quello che chiude il libro, racconto dal titolo Una fortuna sfacciata, del quale preferisco non rivelare assolutamente nulla. Posso solo dire che la sua crudezza appunto (più che la sua nudità) ha destato alla lettura un effetto assai positivo e non dico un’eresia se affermo che solo questo racconto varrebbe l’acquisto del libro di Agrimi.

In un periodo in cui, paradossalmente, sono più i soggetti che scrivono di quelli che leggono, fa piacere trovarsi tra le mani questo piccolo libro e far scorrere le pupille sulle righe che compongono questi racconti, che in sé contengono il balsamo della sincerità narrativa.

Agrimi scrive di cose che tutti pensiamo e proviamo, scava nella mente umana e cerca di scovarne i lati bui, quelli del “preferiamo che rimangano sconosciuti”, in questi racconti vengono aperte le ante degli armadi che contengono gli scheletri delle vite dei protagonisti.

Sembra che a tessere i fili dei fatti narrati vi sia un povero diavolo che, nella sua condizione esistenziale, sa essere giullare ma anche intriso della più spietata cattiveria.

Proprio quell’ultimo racconto, chissà se volontariamente messo lì a suggellare la chiusura del cerchio, è contraltare drammatico al dipanarsi del filo della vita.

Forse non esiste la cattiveria umana, esiste solo ed esclusivamente la malattia. I malati però vengono definiti cattivi dalla società, invece di essere curati da chi di dovere.

Siamo un po’ tutti – in fin dei conti – sgualciti dalla vita, da un’esistenza che mai è come vorremmo, da un quotidiano che, assai spesso, è avversario ostico e capace di tutto.

Un’eventuale prossima prova dell’autore – se riuscita –  sarebbe ulteriore corollario a quanto suddetto, alcuni racconti avrebbero sicuramente meritato uno svolgimento migliore, a volte ci sono delle storture concettuali, il cerchio non sempre si chiude a dovere, ma nella media delle “opere prime” sento di consigliare questo testo.

E poi, ripeto, quell’ultimo racconto…

Giuseppe Ceddia

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