Interrogarsi per anni sulla veridicità dell’esperienza onirica rapportata a quello che noi crediamo il reale non è servito a nulla, almeno non è servito al “mio” nulla.

Sogno è attività cerebrale labirintica, nulla è se stesso nel sogno, nulla lo è all’infuori d’esso. La situazione attuale mi pone nella condizione di uomo che cerca un appartamento. Questo è un dato reale. Un appartamento possibilmente con due stanze, una in cui situare i circa milleseicento volumi che posseggo, l’altra per contenere un letto, un armadio, qualche mensola possibilmente vuota. O piena. Non saprei, tantomeno credo mi importi. Mi interessa soprattutto che i miei libri si sentano a casa, preferisco stiano loro bene, non tanto io quanto loro.

C’è questa casa, forse abbandonata. Ma è troppo grande per me, decisamente troppo grande. Si sviluppa in lunghezza, un corridoio centrale funge da vialone sui cui lati si aprono stanze su stanze. Quante saranno? Otto? Dieci? Una luce in fondo al corridoio indica che questa casa non è situata nel bel mezzo del nulla o in un universo parallelo, è qui, su questa terra, su quale terra? Su questa.

Buio. Ecco che, se la mente dovesse restare fedele e non scollarsi dal ricordo (o dal sogno) rammento una grande oscurità, pareti scure, stanze scure, pavimento scuro. Solo una luce in fondo, che non riesce però nel suo sprigionarsi a illuminare a dovere la mastodontica magione. Forse intorno vi è un bosco, forse sono gli alberi che incutono timore alla casa, l’oscurità è frutto dell’ombra che i vegetali proiettano (l’ombra si proietta come la luce nei risvolti onirici) sulla casa, l’ombra contiene in sé la casa-figlia dell’immaginario fiabesco. O favolistico. Qui non ci sono animali però. Propp va a farsi benedire.

Io dovrei vivere in questa casa, grande, troppo grande per me, lunga e buia, con molte stanze, forse tutte uguali.

Si narrava un tempo che una casa sognata è simbolo dell’anima, si diceva che una casa buia è indice di anima triste e melanconica, quella luce alla fine del tunnel è la salvezza, o pseudo tale, la salvezza che non si raggiunge, vuoi per scelta personale, vuoi perché la maledizione della vita si aggrappa come sanguisuga all’uomo in bilico, non certo in rivolta.

Mi parla una donna, pare essere mia zia, una persona importante nella mia vita, per la mia cultura, per il mio modo di vedere le cose. C’è un’altra donna, la prima donna che ho amato, un angelo biondo con gli occhi azzurri e pallidi come la sua pelle, con le ossa piccole e fragili, con la bocca che sapeva di nudità come se il velo sottile di pelle che ricopre le labbra fosse stato sollevato e fosse rimasta la carne viva e fresca della bocca, quando senti che la carne nuda fa impressione al solo sfiorarla perché si teme di lederla.

Una casa disabitata che però mi si dice animata quando nessuno lo sa. Quando nessuno lo sa dalle finestre entrano tanti ragazzi che festeggiano in questa casa, ridono, scherzano e suonano la chitarra. Ho pensato subito che fossero dei fantasmi. Ragazzi morti anni addietro.

Mia zia mi dice “non puoi capire, ho visto delle ragazze bellissime lì”, io taccio, io non parlo, il silenzio cerca di essermi complice nella comprensione, io non so cosa sto vivendo, non so cosa avviene in quella casa, vorrei forse che ci fossero delle ragazze bellissime nella mia casa, degli angeli vestiti a festa, solo i fantasmi forse possono illuminare l’oscurità reale del quotidiano, la tristezza infinita e gelosa di sé, la cancrena scura e melmosa della vita.

Poi il bosco (forse) e il buio, un mio amico mi guarda e mi dice qualcosa. Non è un caso si tratti di qualcuno che ha visto il mio cambiamento. No, che dico, è soltanto un mio amico che ha lo stesso nome di colui il quale ha visto il mio cambiamento, ride nel sogno, ride nel reale.

Io sono empatico e sento che sta per succedere qualcosa al mondo, alla mia vita, sento che il divertimento e il dolore stanno per sfidarsi nell’ultimo duello.

L’ultimo. Da qui il verdetto finale. Eterno.

Io sogno di sognare ma, al contempo, vivo il sogno da sveglio. Seconda vita. Passionale, coeva alla realistica situazione. Cosa cercano di dirmi i fantasmi, la gioventù, la bellezza di queste ragazze, le persone intimorite a me vicine?

Un insieme di persone condividono il mio meta-sogno, lo rendono gioioso, eppure una cappa scura sovrasta tutto, è la perdita di qualcosa, dell’innocenza, la presa d’atto che lo scherzo è terminato.

Si diceva che una vecchia casa in periferia fosse abitata da spettri, giovani spettri senza forma, giovani ragazze morte in passato, giustiziate per essere donne, per essere belle.

Io nel sogno cito Sherlock Holmes, perché voglio venirne a capo di questa situazione. Ma forse sbaglio citazione.

Dovrei solo tacere e stare lì ad attendere il risveglio nel risveglio, devo aspettare di svegliarmi due volte, di indagare due volte, di vivere e morire due volte.

Un’indagine onirica.

Solo quella frase mi rimane impressa, quella frase che squarcia il buio circostante, quella frase che – nel suo essere fantasma – è l’unico momento in cui il sole dell’anima urla sazio.

Tu, lettore, non puoi capire cosa avviene in quella casa quando nessuno lo vede, quando nessuno sa.

“Lì ho visto delle ragazze bellissime”.

Giuseppe Ceddia

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